Paul Parfait

L'assassino del bell’Antonio

a cura di Luigi M. Reale

In copertina La scoperta del cadavere illustrazione di Si/bowette (Adriano Minardi) “La Tribuna: supplemento illustrato della Domenica” anno I, num. 13, 26 marzo 1893, p. 104

Paul Parfait

L'assassino del bell’Antonio

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Copyright © 2023 Luigi M. Reale, Foligno Prima edizione ineBook: 20 dicembre 2023

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Paul Parfait

L'assassino del bell’Antonio

a cura di Luigi M. Reale

ineBook 2023

Edizione originale: L assassin du bel Antoine Paris, Michel Lévy frères éditeurs, 1873 Copia digitalizzata in Gallica - Bibliothèque numérique de la Bibliothèque nationale de France:

gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k58537561

Il numero 7 di via delle Tre Corone a V. è occupato da un imponente edificio la cui facciata polverosa desidera invano da molti anni un’imbiancatura. Un cartello di lamiera lo segnala da lontano all'attenzione dei viaggiatori, cartello dove, sotto le cicatrici del tempo e il lavacro della pioggia, appena si distinguono le iniziali di queste parole:

AU

AA,

ROUGE

e, fra le due parole, un tricorno del colore indi- cato. Per fortuna, il cartello, ripetuto sulla fac- ciata, si riesce a decifrare più facilmente tra le fine- stre del primo piano, e il significato è chiaro da

questa esplicita frase che si legge al di sotto:

Panfilo, ristoratore, locanda

e rimessa per cavalli.

"Ira le due entrate che danno accesso all'albergo, il varco carrabile da un lato e dall’altro una porticina rialzata di due gradini, si estende a pianterreno un ampio salone comune doppiato da una sala più piccola e da una cucina con finestre che affacciano sul cortile. La sala piccola non riceve che rari visitatori, mentre la grande, dove si svolge l’andirivieni della casa, si anima soprattutto allora dei pasti e anche la sera, quando gli ospiti di passaggio insieme a pochi avventori si rilassano mischiando le carte o sbattendo le tessere del domino sul marmo.

Attraverso l’entrata carrabile si raggiunge il cor- tile dell'albergo passando davanti alla cucina. La porticina accesso a un corridoio separato dalla sala comune da una grande finestra coperta da

tende sbiadite, che un tempo erano di colore rosa.

Vi si appoggia il modesto bancone della pa- drona di casa, di modo che, guardando indietro a ogni rintocco del campanello azionato dalla mezza porta dell'ingresso, attraverso lo spiraglio delle tende si può osservare l’andirivieni.

Se di giorno la vetrata, che occupa un lato della sala, vi diffonde la luce, la sera al contrario riversa sul corridoio esterno il bagliore delle lampade con cui è illuminato il salone. In fondo al corridoio, una scala un po’ ripida sale alle camere numerate del primo piano, tutte affacciate sulla strada, mentre il corridoio è aperto sul lato del cortile da una fila di antiche finestre del tipo “a ghigliottina”.

Sotto queste finestre, domina all’esterno una tenda da sole che protegge l’ambiente della cucina e arriva sulla destra fino ad un hangar piuttosto basso, che assolve alla doppia funzione di rimessa e di granaio per il foraggio. Se Panfilo, l'oste del Cappello Rosso, fosse stato più sveglio, forse

avrebbe alzato di qualche metro il muro su cui era

addossato il suo hangar; questo muro confina in- fatti con un vicolo solitamente affollato di car- rozze e vetture, sia per i clienti dell'albergo che di un'officina vicina, per cui sarebbe stato un gioco scalarlo e, costeggiando la tenda da sole, raggiun- gere una delle finestre interne dell'abitazione.

Vero è che il malfattore, che si fosse messo in testa di eseguire questa facile ginnastica, avrebbe rischiato di avere come spettatori le persone allog- giate nell’edificio principale che fiancheggiava il lato sinistro del cortile e le cui parti inferiori erano occupate dalle scuderie, a meno che però il galan- tuomo, conoscendo le abitudini del luogo, non avesse scelto proprio di fare il colpo nel momento in cui, benché i passanti fossero già diventati rari, la servitù era ancora tutta occupata.

Ma queste sono tutte supposizioni gratuite, che non sarebbero mai venute in mente all’oste Panfilo, perché V. è una città tranquilla, dove ci si

potrebbe facilmente convincere che non ci siano

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delinquenti, d’altronde i tribunali hanno poco da fare.

Poiché il Cappello Rosso è un po’ distante dalla grande piazza dove si tiene il mercato del grano del giovedì, e coltivatori e commercianti di grano non abbandonano volentieri la cerchia ordinaria delle loro transazioni, di conseguenza l’albergo ri- ceve un vantaggio minimo dall’animazione che questo evento settimanale diffonde nel resto della città.

Così, l 11 ottobre alle cinque e mezza di sera, i rari avventori seduti nella sala comune hanno po- tuto notare meglio l’ingresso di un viaggiatore che, per l'aspetto, contrastava con il tenore abi- tuale dei frequentatori del posto.

Era un giovane sui trent'anni, che calzava un berretto di taffetà leggero, un po’ polveroso come quello di un viaggiatore che viene da lontano. Portava, sopra la giacca scura, una casacca blu come i contadini di passaggio in città, ma era fa-

cile distinguerlo per una certa cura dell'aspetto

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oltre che per il candore del viso e delle mani, in- fatti lo straniero indossava un vestito che non gli era abituale. Si poteva supporre, e alcuni non mancarono di farlo, che si fosse messo quella ca- sacca per essere notato di meno quel giorno nel traffico della folla.

Il giovanotto era sembrato per un momento indeciso prima di varcare la soglia. Scrutava l’ambiente con attenzione, come chi cercasse di ri- conoscere qualcosa. Alla fine, probabilmente sod- disfatto dell'esame, decise di entrare nella grande sala al piano terra dove anzitutto si fece servire un bicchierino di cognac. Nel frattempo gettò il ber- retto su una panca vicino a e parve continuare all’interno l’ispezione iniziata fuori.

Il viaggiatore, togliendosi il cappello, aveva ap- pena scoperto una fronte leggermente alta con tempie depresse su cui erano appiattite due ciocche di capelli corti tagliati dritti con rigore mi- litare. Un baffetto bruno accompagnato da un

neo sulla fossetta del mento contribuivano non

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poco ad aumentare il fascino marziale del personaggio.

Quello che distingueva essenzialmente la sua fisionomia era uno strano carattere di fermezza. Accanto a occhi azzurri di estrema dolcezza, le linee severe del viso mostravano però anzitutto la risolutezza e il vigore.

All'improvviso la porta d’ingresso si aprì di nuovo, spinta da un ragazzone imberbe, con un abito indossato di fresco, ben proporzionato, dalle spalle squadrate.

Ecco, il bell’Antonio!... Antonio! Buona- sera, Antonio!, ripeté un coro di voci.

Un momento, un momento, disse il nuovo arrivato imponendo loro il silenzio con un gesto, bando alle chiacchiere.

E andando dritto dall’albergatore, contento di rivederlo:

Vecchio Panfilo, avete abbastanza per met- termi a letto stasera? Sono trattenuto qui in

questo cane di paese.

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Perbacco, di quante stanze avete bisogno?

Una sola, burlone!

E non cenerete?

Vedremo più tardi. Per il momento, mi ri- servate un letto?

Beninteso!

Il giovanotto uscì con la stessa rapidità con cui era entrato e in mezzo alle stesse voci:

Fanno affari, eh, queste persone? dice un avventore per ragionare.

A volte guadagna più lui in un giorno di mercato che voi in un anno, vecchio mio.

Lo sconosciuto, che sembrava pensarci, fece un cenno a Panfilo.

La libera?

Al primo piano? chiese l’albergatore, stu- pito di vedere che uno sconosciuto conoscesse casa sua.

Sì, al primo piano.

La stanza è libera.

La prendo.

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Il signore ha bagagli?

No.

Ci fu un silenzio dopo il quale il viaggiatore continuò:

Potreste darmi carta e penna?

Panfilo si dileguò e tornò un istante dopo con gli oggetti richiesti. Il viaggiatore tracciò di fretta qualche riga su un quadrato di carta che piegò con cura. Dopodiché si alzò, rimise il berretto e uscì. Un uomo era disteso su una panca di pietra accanto alla porta. Andò da quest'uomo, lo toccò sulla spalla e, dopo qualche parola scambiata, gli mise in mano, insieme al biglietto che aveva ap- pena scritto, diverse monete.

Quello, tutto insonnolito, annuì, come se avesse capito; poi lo spinse più avanti, nella via della Tre Corone, e girando nella prima svolta a si- nistra, si immerse nella via di Parigi, che conduce dritto al cuore della città.

Il proprietario del Cappello rosso, che dalla sua

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porta assisteva a questo breve colloquio, non gli diede però molta importanza.

Il suo ospite si era appena acceso un sigaro mentre passeggiava lungo il marciapiede con aria molto rilassata. Ben presto, tuttavia, iniziò a ma- sticare il tabacco arrotolato, in modo molto di- verso da uno che stia godendo le delizie del fumo. Fece tre passi e si voltò di nuovo, fissando lo sguardo nel punto in cui era scomparso quello con il biglietto; alla fine, non potendo più resi- stere, gettò via da il sigaro appena consumato, imboccò a sua volta nella via di Parigi e scomparve sulle orme del suo messaggero.

Quando lo si rivide di nuovo mezz'ora dopo, sulla strada per l'albergo, aveva ancora lo stesso at- teggiamento sospettoso. Camminava a testa bassa, rasentando i muri, come chi abbia il timore che si possa intuire nel suo incedere e nei suoi linea- menti il segreto di qualche struggente emozione. Il giovane Toussaint, che lo incontrò sulla soglia,

fu colpito dallo strano luccichio dei suoi occhi.

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Per il resto, salì subito in camera; comportamento che fece fare alla moglie di Panfilo questa osserva- zione: che lo straniero sembrava abbastanza pre- occupato di non farsi vedere in faccia.

Dopo un'ora, però, lo sconosciuto riapparve nella sala e si fece servire la cena. Saranno state quasi le otto e il fuoco rossastro delle lampade ap- pese qua e nel salone cominciò a vincere l’ultimo pallore crepuscolare che arrivava dall’esterno. Il commensale aveva appena finito la sua minestra e un relativo silenzio regnava nei gruppi sparsi, quando il bell’Antonio entrò al- legro, con quell’ingenua libertà di modi di uno a cui non è mai mancato nulla. Scambiò i saluti con alcuni ospiti dando vigorose strette di mano.

Alla vista del giovane, l’oste era uscito dalla cu- cina e accorreva, salvietta alla mano, rosso, ro- busto, sorridente.

Eh bene, sono io, il mio caro Panfilo, disse ad alta voce il nuovo arrivato; allora, mi farai un

buon trattamento?

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E, dicendo questo, gli dava in confidenza una pacca sulla spalla; e l'oste Panfilo, deliziato da tanto onore, arcuava la schiena come un gatto quando viene accarezzato.

AR! proseguì felice, che bella giornata! Can- terei per un niente. Suvvia, servimi presto e ri- diamo insieme!

Il giardiniere Floquart, accucciato nel suo an- golo, reggeva tra i denti, come al solito, la corta pipa rossa.

gente troppo allegra, disse filosofica- mente gettando da parte uno schizzo di saliva, c'è gente troppo allegra, fa male!

L'oste Panfilo poteva sorridere. Non era una soddisfazione da poco, anzi, per un albergatore d'ordine... diciamo di second’ordine, per non fe- rirlo, poter annoverare tra i suoi clienti il figlio di uno dei possidenti più ricchi del paese.

Quando il vecchio Férou era a lungo costretto a letto dalla malattia, fu Antonio che, sebbene an-

cora molto giovane (non aveva vent’anni), si occu-

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pava di tutti gli affari della fattoria, sovrintendeva ai lavori, vendeva, comprava e, almeno una volta alla settimana, veniva, o a Parigi o a V., per combi- nare grossi affari al mercato.

Una certa regolarità dei lineamenti, ma soprat- tutto quella solida complessione che è la suprema bellezza dell’uomo dei campi, gli avevano fatto guadagnare il soprannome con cui più comune- mente veniva chiamato. Senza dubbio una pa- droncina, guardandolo, non avrebbe trovato troppo giustificato questo soprannome, nono- stante i suoi occhi chiari e i denti bianchi; ma non era alle padroncine, dopotutto, che il bell’Antonio doveva piacere.

Si mise seduto rumorosamente, lanciando una parola a destra, una parola a sinistra; poi, rivolgen- dosi all’oste che gli era rimasto in piedi davanti:

Oh bella! Caro il mio Panfilo, perché sgrani così tanto gli occhi? Sono forse una curiosità? Il fatto è che sto diventando raro. È così comodo

rientrare a casa e trovarci la tavola apparecchiata,

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senza essere costretti a spiluccare gli avanzi in cu- cina, e trovare il tuo letto, i cui materassi hanno la particolarità di farti riposare, mentre quelli di casa ti sfiancano. Così, vedete, caro mio, quando ora posso tornare abbastanza presto a Fresnois, non pericolo che io dorma qui. Oggi avevo molto da fare; mi sono attardato; è un peccato! Non è colpa mia se mi fermo nella tua locanda, vero come ti dico. Ma sarei arrivato a casa a notte fonda, uffa, e sono così stanco!

Il bell’Antonio distese le gambe.

E voi siete contento del mercato?

Contento? Sì, contento, disse il giovane contadino con aria sorniona, come se parlasse fra sé. Allo stesso tempo, con un gesto impercettibile e quasi meccanico, assicurò con la mano la cin- ghia di una borsa che spuntava dal lato sinistro della blusa.

Panfilo ebbe uno dei suoi sguardi eloquenti che valgono più d’una frase. Lo sguardo di Pan-

filo si poteva tradurre così:

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Questi fortunati dei Férou, hanno dei bei soldi!

Oh questa! riprese a voce alta il bell’Antonio, si mangia finalmente per davvero qui? Ho una fame da lupo!

Eccome, non si mangia? Fece l’oste con il grembiule; come vedi abbiamo un commensale.

Sì, brontolò tra i denti il giardiniere Gianni Floquart, un commensale senza mensa!

Su questa battuta, che lo fece piacevolmente sorridere, brindò con il suo compagno, il vicino cocchiere.

È la tua vista che gli toglie l'appetito? disse il bell’Antonio, ridendo di Floquart.

Rispose allora il cocchiere:

Sembrerebbe invece che sia la vostra, perché è appunto da quando siete entrato che ha perso l'appetito.

Siccome una ragazza con le maniche rimboc- cate gli aveva appena messo davanti un piatto

riempito fino all'orlo di zuppa fumante, il

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bell’Antonio trovò più piacevole intingervi il cuc- chiaio che proseguire la conversazione. Floquart continuò con voce da ubriaco, riferendosi allo straniero:

OA! quanto al bere, per esempio, beve bene. Che tipo alterato!

In effetti, lo sconosciuto, in preda a una sorta di febbre, dimenticando di toccare il cibo, con aria distratta svuotava spesso il bicchiere.

Sì, continuò Floquart, beve bene. E, con un gesto pieno di serena maestà:

Lo stimo, quanto al resto.

Si alzò, con il bicchiere in mano.

Ecco, devo dirglielo.

Il suo amico cocchiere cercò di trattenerlo per l'orlo della camicia, ma lo respinse con un “La- sciami in pace!”.

E, avvicinandosi al tavolo dove stava lo straniero:

Dovete scusarmi, disse facendo toccare i

bicchieri, me lo permettete?...

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Il giovane, che si era alzato, ebbe un movi- mento di collera subito represso; si contentò di guardare dall’alto in basso il suo interlocutore.

Non vi arrabbiate! disse Floquart, ho pen- sato che da cliente abituale, e ne sono fiero, giusto Panfilo? ho pensato che fosse mio dovere fare a un estraneo gli onori di casa.

Lo sconosciuto fece un cenno di ringrazia- mento.

Il buon vino fa buoni amici, disse piano l’ubriacone, senza rendersi conto che quello a cui si stava rivolgendo gli voltava le spalle; sono Gianni Floquart, di mestiere giardiniere... Con chi ho l'onore di parlare? Questa domanda cadde nel vuoto, perché il viaggiatore era già arrivato alla porta. Floquart lo guardò uscire con un indescri- vibile cenno del capo.

Non è un chiacchierone! gridò.

Con quell’esclamazione, si era appoggiato all'angolo del tavolo dove il giovane si era fermato

un attimo prima. L’ubriacone fece scorrere il suo

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occhio stordito da un'estremità all’altra della sala. Davanti a lui, il bell’Antonio stava cenando di gusto e Floquart sembrava dare uno sguardo di approvazione a questo robusto appetito.

Quando il contadino ebbe annaffiato il suo dessert con una tazza di caffè, si versò un bicchie- rino, riempì la pipa, che tirò fuori con cura da sotto la blusa, e passò la mano sugli occhi velati dalla fatica:

AR! disse, appoggiando i gomiti sul tavolo, e interrompendo la frase con uno sbadiglio, credo che farò un pisolino.

E, voltandosi verso il ragazzo:

A proposito, Toussaint, se alle sei non fossi ancora sceso, non dimenticate di venirmi a

svegliare!

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II

Verso le nove di sera, una donna, che avreste potuto vedere scivolare rapidamente nell’ombra, si fermò davanti alla porta dell’albergo. Era scru- polosamente avvolta in un largo impermeabile e un velo le copriva per discrezione il volto. Dopo essere rimasta ansimante a due passi dalla soglia, si assicurò, da una rapida occhiata dietro di sé, che nessuno l’avesse seguita; e con uno sguardo, prima, che il passaggio era libero. Così imboccò risolutamente il vicolo, salì le scale e percorse a tentoni il corridoio buio del primo piano. Trovò una porta socchiusa che si spalancò ai suoi passi. Lo sconosciuto le prese la mano e la tirò con forza nella sua stanza.

Elena! esclamò.

Aveva spinto la porta dietro la sua visitatrice tremante. Con un brusco movimento, si tolse il

velo e avrebbe voluto esclamare anche lei, ma il

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nome di Giuliano non poteva che morire sulle sue labbra.

Il giovane allungò le braccia; lei lo respinse, na- scondendo il viso tra le mani. Lui la fissò, muto, turbato.

Elena poteva avere ventisei anni. Era bruna, snella, con un viso pallido finemente allungato, mani di rara eleganza, movimenti di squisita grazia.

I suoi bei capelli neri, in apparenza ignari della moda, si disponevano in bande lisce su entrambi i lati della fronte. Noi non insegneremo alle donne che questa semplicità di acconciatura richiede una rara bellezza; eppure non era per civetteria che Elena li portava, ma solo per un inutile tentativo di rinunciare agli ornamenti mondani.

Era facile, infatti, notare nella giovane donna, se non il completo disinteresse per il vestiario, perché il suo abbigliamento era sempre molto cu- rato, almeno una scarsa preoccupazione per i ca-

pricci della moda. Non indossava altro che il nero.

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Una cara amica che l'aveva persa di vista da qualche tempo, le chiese un giorno:

Quindi sei in lutto?

Sì, rispose con un amaro sorriso, in lutto per i miei ricordi.

Questa parola da sola dovrebbe farci conoscere Elena meglio di tutte le descrizioni della sua per- sona e del suo carattere, perché è come la chiave che ci apre gli abissi di questa giovane anima.

Elena era una bambina quando suo padre morì. Cresciuta dalla madre, ne fu adorata e per molto tempo ha ricambiato il suo affetto incondi- zionato. Il momento in cui un nuovo sentimento cominciò a competere con questo calmo affetto nel suo cuore risale a un breve soggiorno che fece vicino a V., con una delle sue compagne.

Questa ragazza aveva un fratello che di tanto in tanto invitava degli amici di Parigi a passare qualche giorno nel loro villaggio, allo stesso modo in cui a sua sorella era permesso farlo con i propri

amici.

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Uno di loro fu molto colpito dalla grazia di Elena. Non glielo mostrò, però, nemmeno con banali attenzioni. Infatti, anziché giovargli, il disagio, che due o tre volte aveva provato vicino a lei le faceva credere, a prima vista, che fosse solo maldestro.

Accadde tuttavia che, proprio il giorno in cui Elena doveva tornare da sua madre, la mattina partirono per una lunga escursione, e il caso volle che i due giovani si trovassero uno di fronte all’altro nella stessa vettura. Elena ne fu tanto più infastidita in quanto gli occhi del suo vicino, poco sensibili al fascino del paesaggio, non smisero un momento di stare fissi su di lei. La ragazza ne con- cepì una forte impazienza, che cercò di mostrare con i suoi atteggiamenti e che alla fine riassunse, al ritorno, con un gran sospiro di soddisfazione.

Il suo insopportabile ammiratore aveva mal compreso quegli atteggiamenti, aveva frainteso il significato di quel sospiro? Comunque, al mo-

mento di lasciare la carrozza, si precipitò per

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primo ad aiutare Elena a scendere. Quest'ultima, mentre appoggiava la punta dello stivale sulla pe- dana, avrebbe voluto dargli la mano, ma la ritirò rapidamente: aveva osato premerla nella sua! Uno sguardo di Elena folgorò il giovane sfortunato. Fece un passo indietro impallidendo e disse:

Mi scusi, signorina!

Queste furono le uniche parole che si scambia- rono quella volta.

Qualche tempo dopo, Elena ricevette la visita di Clarissa (questo era il nome della sua amica).

Clarissa le disse:

Mia cara amica, devo mostrarti una cosa.

Estrasse dal suo quaderno di madreperla un delizioso piccolo disegno al tratto e glielo pre- sentò, chiedendo:

Che ne dici?

Elena lo guardò con stupore, perché era il suo stesso ritratto.

Stai cercando, disse Clarissa sorridendo, da

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dove viene questo bel quadro. È l’opera dell'amico di mio fratello che hai visto l’altro giorno a casa.

Chi? Quel tale con i baffetti?

Proprio così.

Elena gettò di nuovo il ritratto sul tavolo.

Cosa cè? chiese Clarissa.

Ma io... trovo questo signore molto impertinente.

Bah! proseguì Clarissa, l’impertinenza sa- rebbe stata quella di tenerlo; ma no. La sua prima parola, quando l’ho sorpreso a finire questo affa- scinante schizzo, è stata: “Signorina Clarissa, stavo lavorando per voi”. Ma vedi quindi, non è affatto male per essere fatto a memoria. Elena si degnò di dare un’occhiata al ritratto che la sua amica le por- geva. Tutto sommato, era un ritratto molto gra- zioso. Chi lo sa! un po’ lusinghiero forse, cosa che le fece provare una certa indulgenza per l’autore, e la serenità tornò a poco a poco sul suo viso.

Domandò e venne a sapere che il giovane in

questione si chiamava Giuliano Grandier, che era

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pittore, viveva della sua arte ed era l’unico so- stegno di una vecchia zia che da sola formava tutta la sua famiglia. Clarissa non mancò di aggiungere molti dettagli lusinghieri sull’amico di suo fra- tello, più di quanto fosse probabilmente neces- sario per eccitare l’attenzione di Elena, direi quasi il suo interesse, se non avesse testimoniato, a più riprese, quanto fosse ferita dal comportamento dell’artista. Promise fermamente a stessa di far- glielo sentire alla prima occasione. E l'occasione non poteva mancare ad una delle visite che avrebbe fatto a Clarissa.

La prima volta, però, la ragazza non incontrò Grandier, come si aspettava. Ne fu molto contra- riata, perché aveva preparato per lui due o tre frasi ad eftetto, sulle quali, in cuor suo, contava molto.

Elena fu più felice la volta successiva. Poiché era venuta per passare tutta la giornata con la sua amica, ci fu un momento prima della cena in cui,

essendo la giovane sola in un salottino che dava

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sul giardino, entrò Grandier con un album in mano.

Siete un pittore, signore? Gli disse Elena, dopo un semplice scambio di convenevoli.

Sì, signorina, io dipingo paesaggi...

AR! disse Elena con tono di comprensione, pensavo che foste un ritrattista.

Girò la testa dall'altra parte come un arciere troppo sicuro della freccia che ha appena scagliato.

Signorina... ve l'hanno detto..., balbettò il giovane, stringendosi le mani.

Meglio ancora, mi è stato mostrato... Sapete che questa è un'arte terribile, che permette al primo venuto di monopolizzare in qualche modo l’immagine di una ragazza, così bene che nulla gli impedisce di usare quell'immagine per soddisfare la propria vanità.

A queste parole, Grandier aveva cambiato sguardo. Incapace di articolare una parola, fece

solo un vigoroso gesto di diniego.

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Il dono di un ritratto non è un segno del più sincero affetto? Proseguì Elena senza guar- darlo. Nemmeno tutti gli amici ne hanno lo stesso diritto.

In quel momento il giovane era dietro di lei. Era contento di non essere esposto al fulgore del suo sguardo e ad un tratto ebbe uno slancio estremo.

La parola ‘amico’ vi è affiorata alle labbra!, disse forte.

Se vi degnate di permettermelo...

La bambina bruna raccolse tutta la freddezza che poteva trovare in stessa per lanciare questa frase gelida a Giuliano...

Non permetto a nessuno di compromettermi.

Calò un attimo di silenzio. Di fronte a Elena, uno specchio appoggiato alla parete rifletteva il fondo della stanza. Istintivamente alzò lo sguardo e vide, con una sorta di stupore, Giuliano pallido

e quasi barcollante dietro di lei. La giovane sentì

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una strana agitazione. Si mise davanti a Giuliano veloce come un lampo e, tendendogli la mano, con una voce carica di spontanea emozione:

AR! Signore, disse lei semplicemente, vi ho fatto del male!

Giuliano, deliziato, all'improvviso trasfigurato, la guardò con occhi umidi. Le loro mani si sta- vano quasi toccando. Si sentì un rumore di passi. Si separarono.

Il giorno dopo Elena, pensando a Dio sa cosa, era in piedi davanti alla finestra, con la fronte pre- muta contro il vetro, quando un tremito la fece indietreggiare. Aveva appena visto Giuliano pas- sare sul marciapiede opposto. Il giovane se n'era accorto senza dubbio, perché quando passò di nuovo un momento dopo era l’unica finestra dove i suoi occhi erano fissi. Elena, tuttavia, evi- tava di mostrarsi. Era nascosta dietro la tenda che aveva lasciato cadere, poté vedere, senza arrossire, che Giuliano non aveva davvero un brutto

aspetto. Le sembrava persino affascinante guar-

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darlo senza essere vista; era così affascinante che non aveva fretta di farlo di nuovo il giorno dopo e anche nei giorni successivi. Solo che, un bel mat- tino, il giovane non apparve più; allora lei pensò che fosse tornato a Parigi. È lo stesso; tornava an- cora alla finestra di tanto in tanto, oh forza dell'abitudine! e le sembrava a poco a poco che le mancasse qualcosa che esitava a definire.

Una domenica mattina, entrò in chiesa e si di- resse verso l’acquasantiera per immergervi le dita, quando, con un movimento che sua madre non sapeva spiegare, il libro della messa le scivolò dalle mani. La ragazza confusa fece finta di chinarsi; ma, più in fretta di lei, un giovane, che stava in piedi vicino alla colonna, prese il libro e glielo porse rispettosamente.

Se la signora Colomban fosse stata meno as- sorta nei suoi pensieri religiosi, forse non le sa- rebbe sfuggito il turbamento estremo dei due gio- vani. Riprendendo dalle mani di Giuliano il suo

messale caduto, Elena trasalìi, perché sentì il fru-

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scio di un foglio sotto la copertina del libro. Per un momento ebbe l’idea di gettare via da lei quello che giustamente supponeva essere un bi- glietto del giovane; ma la paura di vederlo cadere in mani estranee la trattenne. In mancanza di qualcosa di meglio da fare, lo infilò tra le pagine del libro, enumerando coscienziosamente tutte le ragioni che potevano giustificare un'azione così meschina.

Siamo sinceri: per quanto malvagia fosse l’azione, Elena non rimpiangeva d’averla fatta. Si aspettava di leggere grandi frasi: fu stupita all’inizio, poi incantata dal tono di semplicità di questa lettera. Nessuna parola forte, nessun lucci- chio, niente se non rispettoso con una leggera sfu- matura di amarezza. Se la tenerezza appariva, era più nel tono generale che nelle parole.

Una nota aggiunta alla lettera recitava:

“Domenica prossima ci sarà un biglietto simile a questo sotto il vostro inginocchiatoio. Se lo lasciate lì, saprò

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trovare il coraggio di mettere fine a dei tentativi che sarebbero importuni per

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VOI .

Questo post-scriptum fu molto imbarazzante per Elena. Per quanto educata, era una vera ri- chiesta, e il suo corrispondente le lasciava solo otto giorni per decidere. Non cercheremo di se- guire, durante questi otto giorni, tutte le brusche inversioni della sua mente. A volte giurava a stessa che non avrebbe in alcun modo incorag- giato passi di cui sua madre non era ancora a co- noscenza; altre volte, dolcemente commossa dall’accento sincero del giovane, si chiedeva se avesse il diritto di spezzare un cuore che sembrava battere solo per lei.

Che l’esitazione sembri lecita o meno, sarebbe stato crudele, in un caso così complesso, rimpro- verare Elena per la strada che aveva seguito.

Era una donna, dopo tutto, il che significava che era debole, desiderosa di nuove esperienze,

curiosa. Arrivò la domenica e lei lesse ancora una

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volta, prima di andare a messa, la lettera che aveva tenuto con sé; allora Elena fece quello che, temo , molti avrebbero fatto al suo posto; mentre sua madre si velava il viso in contemplazione, fece sci- volare tremante la mano sotto la copertina del libro di preghiere. Un piccolo chiodo provviden- ziale tratteneva il biglietto al suo posto.

Poiché era piegato in proporzioni minime, Elena riuscì a trattenerlo senza difficoltà tra le sue dita fini; poi riprese il libro, ma non riusciva più a leggerne i caratteri. Davanti a sé, non riusciva a ve- dere che, attraverso una specie di nebbia, gli assi- stenti, il coro e l’altare.

Credendo che occhi invisibili la fissassero, Elena voleva fuggire, nascondersi, restare sola; ma il dovere la inchiodava alla sedia; doveva rimanere immobile accanto a sua madre, pallida, con il bi- glietto stropicciato in mano.

Non sarebbe superfluo, senza dubbio, trascri- vere qui questa lettera, così come le dieci o dodici

che Elena ricevette allo stesso modo, per far capire

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come ciò che all’inizio era solo l'attrazione, direi quasi la sorpresa di un sentimento sconosciuto, possa diventare in tre mesi un vero e profondo le- game. Basta che Giuliano, per farsi amare, rac- conti a Elena le modeste occupazioni della sua vita laboriosa, le racconti le incertezze del suo pas- sato, quelle del suo presente, le confidi a poco a poco, con discrezione, come a un amico di cui non si hanno dubbi, le sue fantasticherie, le sue aspirazioni, le sue tristezze.

Cè, in questo lasciarsi andare di un’anima che si apre spontaneamente a voi, un segno di fiducia commovente che i cuori delicati soprattutto sono fatti per apprezzare. Elena ne ha gustato il fascino. Si compiaceva prima di tutto di rafforzare mental- mente il giovane nelle sue ore di dubbio, di conso- larlo nelle sue ore di noia; e non le sembrò di fal- lire, il giorno in cui, cedendo alle sue suppliche, gli scrisse finalmente quello che da qualche tempo era così ben abituata a dirgli sottovoce.

Fu una gioia ineffabile per Giuliano ricevere la

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prima lettera di Elena. Si sentì compreso. C'era davvero una comunione di anime tra la sua amata e stesso. Nel suo entusiasmo, scrisse alla gio- vane, dicendole che avrebbe potuto realizzare il suo sogno, che nulla più sembrava essere d’osta- colo, e che aspettava solo il suo permesso per an- dare a confessare il loro sentimento alla signora Colomban.

Elena rispose:

«Signore,

tocca a me fare una confessione a mia madre di un sentimento che non avrebbe mai dovuto esserle nascosto. Smetta d’ora in poi di farmi pervenire qualsiasi biglietto, ma domenica prossima, dopo la messa, venga a casa di mia madre: le avrò parlato. Solo mia madre ha il diritto di decidere della mia sorte; da parte mia, non posso dirvi che una parola: Speranza! »

Si può immaginare l'eccitazione di Giuliano

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alla lettura di questo biglietto. Era decisamente gradito dalla ragazza; come poteva la madre non ratificare a sua volta questa scelta? Vide Elena alle ginocchia della signora Colomban, e quest’ultima che sollevava una bambina amata per stringerla tra le braccia. Vide anche stesso che spingeva la porta con mano tremante ed Elena che distoglieva la testa alla vista; ma la signora Colomban sembrò salutarlo amichevolmente con gli occhi; la sua bocca gli sorrise addirittura. Gli tese la mano di- cendo: “Figlio mio!” e tutti e tre avevano gli occhi umidi...

Finalmente arrivò l'attesa domenica. Giuliano, pieno di confusione, riuscì a spingere la porta come in sogno. Elena, che era in piedi, voltò la testa... come nel suo sogno! Soltanto, credette di vedere che lei gli voltava la testa per nascondere le lacrime. Poi una donna alta e asciutta si alzò dalla poltrona dove era seduta e con un tono che gli

fece venire un brivido nelle vene disse:

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AR! lei è il giovane in questione... quello che vuole sposare mia figlia?

Giuliano si inchinò.

- È molto bello fare del romanzo, disse la si- gnora con tono secco, è molto bello!

Diceva questo con l’aria di chi non ci crede af- fatto, ma è disposto a fare una concessione.

- Sì, è molto bello! Soltanto, come non si vive di “amore mio bello” di “ti adoro”, conviene prima di tutto andare al dunque... Volete accomodarvi?

Se quest’ultimo invito gli fosse stato fatto da un presidente di una corte d’assise, Giuliano non ne sarebbe rimasto meno turbato.

Vediamo, chiese la signora Colomban quando ebbero preso posto, che cosa fate?

Io dipingo.

Oh sì, me l'ha detto mia figlia. È molto bella, la pittura; ma voglio dire, la vostra condi-

zione, di che cosa vivete?

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La mia condizione, ma... è quella di dipin- gere, disse Giuliano, spalancando gli occhi.

Ah bah! esclamò la signora Colomban, non meno stupita, facendo il gesto di spennellare, e voi vivete di questo?

Giuliano strinse le labbra, tremando un po.

Ci fu un momento di silenzio imbarazzato. Il povero ragazzo aveva fatto così tanto per conte- nersi fino a quel punto che gli vennero le lacrime agli occhi.

Mio Dio, signora, disse con voce com- mossa, ammetto che è un mio grande torto non essere milionario; ma noi altri artisti abbiamo al- meno la consolazione del soldato, perché anche noi abbiamo il bastone del maresciallo nella no- stra giberna. A ognuno può arrivare un giorno la celebrità, media o grande, e la fortuna con essa. Lavorerò così duramente che alla fine otterrò il fa- vore del pubblico come qualsiasi altro. E quando mi dico che non è più solo per me che lavoro, che

è anche per una donna amata...

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Ta ta ta! interruppe la signora Colomban, bando ai discorsi; quanto guadagnate?

È difficile per me fissare una cifra, a volte di più, altre di meno, dipende se l’anno è buono o cattivo, da tre a quattromila franchi, presumo.

Mettiamo tre... E in questo consiste il vo- stro patrimonio?

Godo inoltre d’una piccola rendita lascia- tami da mio padre... un migliaio di franchi. Tutto questo è ben poca cosa, lo so; ma se la signorina Elena si sente lo stesso coraggio che ho io...

Elena stava per parlare. Sua madre, con un cenno, le impose il silenzio.

Se lei stessa, signora, continuò timidamente Giuliano, fosse in grado di aggiungere anche solo un po’ alle nostre modeste risorse...

Mio marito, disse la signora Colomban, mi ha lasciato appena di che vivere; e non posso dare nulla a mia figlia. Quindi, se so contare, tre più uno... sono quattromila franchi al massimo di cui

disponete per provvedere alle necessità della fami-

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glia. Quattromila franchi, un pezzo di pane a Pa- rigi! E tutto dipende dalla fortuna.

Si accorse senza dubbio dello stupore che le sue parole provocarono sul volto di Giuliano, perché continuò con un tono più morbido:

Vi sembrerò molto difficile, signore, soprat- tutto per la mia situazione finanziaria. Ma, per il fatto stesso che mia figlia non ha nulla, è ancora più imperativo, ai miei occhi, darla in sposa solo a un uomo che possa largamente provvedere a man- tenerla e possieda abbastanza da non doverle mai rimproverare di essere entrata in casa sua a mani vuote. Potreste dire che sono ambiziosa. Ho un’'ambizione, in effetti, che è quella di vedere la mia bambina felice, libera soprattutto da tutte le preoccupazioni che la necessità procura; così, finché avrò vita, piuttosto che sposarsi male, Elena resterà zitella.

Queste ultime parole erano state pronunciate con una tale decisione, si sentiva in esse una vo-

lontà così ferma, che Giuliano ne fu come stor-

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dito, e rimase per qualche istante a raccogliere i suoi pensieri.

Signora, disse alzandosi all'improvviso, mi concedete due anni per farmi una posizione che plachi tutte le vostre preoccupazioni materne?

Due anni sono molto lunghi, e chissà se du- rante questo periodo...

Diciotto mesi?, disse risolutamente il giovane.

La signora Colomban, voltandosi verso Elena, incontrò gli occhi imploranti della figlia.

Ve li concedo, disse.

Giuliano tirò un sospiro di soddisfazione.

Ora, continuò la signora Colomban, non bisogno che vi dica che, d’ora in poi, ogni rela- zione compromettente per mia figlia deve cessare. Non voglio, per il bene di Elena, tornare alle colpe di un passato che deploro; ma sono ansiosa che, finché non ci sarà nulla di nuovo, non ci siano più parole o lettere scambiate tra voi ed Elena.

Almeno, signora, mi permetterà di vederla?

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Sì, disse la signora Colomban, scuotendo la testa, tra diciotto mesi.

Il giovane non poteva reprimere un moto di disperazione. Elena si precipitò verso di lui e, con un rapido gesto, gli prese la mano:

Coraggio! disse.

La signora Colomban attirò la figlia verso di sé. Le due donne si tenevano strette l’una all’altra.

Signore, disse la signora Colomban indi- cando Elena, per pietà di questa bambina...

Me ne vado, disse Giuliano. Arrivederci, si- gnora! Arrivederci... Elena!

La ragazza indovinò queste ultime parole piut- tosto che sentirle, tanto la gola dello sventurato era stretta dall'emozione.

Quando lui fu uscito, lei si lasciò cadere su una sedia e scoppiò a piangere.

Ah, neanche questo era l’esito che si aspettava, quando la mattina, balbettando la terribile con- fessione, si era appoggiata al petto di sua madre.

Quel giorno, mentre si rannicchiava, le sem-

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brava che le cose stesse gli sorridessero. E ora, quale disincanto, che amara tristezza! Non è stata anche colpa di entrambi? Da bambini, nel castello che ognuno di loro stava costruendo nella propria immaginazione, perché avevano fatto spazio solo al sogno e non alla realtà? Come l'architetto, ave- vano innalzato dei bei piani fino al cielo, solo che avevano dimenticato le scale. Non è stata colpa di entrambi? Elena se lo chiedeva davvero.

Per fortuna, non si può piangere di continuo. Se le lacrime fossero meno rare, forse anche i cuori innamorati finirebbero per gustare meno il fascino pungente e struggente delle lacrime. Elena pensò che dopo tutto aveva il diritto di sperare; Giuliano era coraggioso e inoltre la amava; non era tutto quello che serviva per vincere? Costretta a rinunciare persino a vederlo, rileggeva le sue let- tere e poteva credere di sentirlo ancora.

Un toccante richiamo d'amore! Era di dome- nica, al ritorno dalla messa, che Elena prese l’abi-

tudine di scorrere queste pagine già note, come se

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volesse persuadere stessa che non c’era nulla di cambiato, e che la lettera accartocciata che stava aprendo era ancora attaccata allo schienale della sedia.

Solo una persona poteva darle notizie di Giu- liano, Clarissa, divenuta la confidente del loro sentimento reciproco. Lei sapeva dalla sua amica che il giovane aveva messo da parte i pennelli per tentare la fortuna in altri modi. Così, fu tenuta al corrente di tutti gli sforzi coraggiosi di Giuliano, sforzi tanto spesso vani, ahimè!

Un giorno Clarissa gli diede dei fiori e le disse:

Saluto subito Giuliano.

Che era venuto a fare qui?

Il suo addio, disse Clarissa dopo un attimo di esitazione.

Se ne va?

Sì, non essendo in grado di trovare qui la condizione indispensabile per la vostra unione, ha deciso di andare a cercarla altrove.

Dove sta andando allora?

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In America.

Elena aveva appena ricevuto un colpo dolo- roso. Si portò la mano agli occhi e la ritirò tutta umida.

Al momento della partenza, non avrai una parola d’incoraggiamento per il povero ragazzo? Le domandò Clarissa.

Sì! rispose forte Elena.

E improvvisamente, risoluta, si avvicinò al ta- volo, intinse la penna nel calamaio e, su un foglio bianco, tracciò queste sole parole:

“Giuliano, vi amo!”

Poi, dando il biglietto all’amica:

Puoi consegnarli questo.

Un leggero rumore si fece sentire dal lato della porta.

Ma, disse Clarissa, girando la testa a metà, chi ti impedirebbe di darglielo tu stessa?

Alui!

Perché no? disse Clarissa con un movi-

mento significativo.

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Elena, mossa da un presentimento segreto, si voltò bruscamente.

Giuliano era in piedi davanti a lei.

Oh, perdonami, perdonami, Elena, se non ho potuto resistere al desiderio di vederti ancora una volta!... ma, al momento di lanciarmi in nuove imprese, al momento di intraprendere il mio viaggio, sapere che sei così vicina e non dirti neppure addio, sarebbe stato troppo crudele.

Ahimè! te ne vai, sospirò Elena.

Sì, parto! Ho l’idea che il destino che è stato così contrario a me fino ad ora sarà più favorevole altrove. Vado a cercare fortuna. E poi, ti devo con- fessare, mi sembra che il movimento mi farà bene. Qui, nella costrizione che mi impone la nostra se- parazione forzata, sto davvero soffocando. Ho bi- sogno di aria, di attività, di spazio... Ah, non è senza feroce combattimento che ho preso questa importante risoluzione; ma sarò più separato da te dove non sei, che qui dove sei e dove mi è

proibito vederti?

S1

Elena ascoltò queste parole con gli occhi bassi, con un'emozione struggente.

Ah, gridò lei, alzando la testa in preda alla disperazione, pensate che anch'io non abbia bi- sogno di coraggio?!

Poi, come se si vergognasse del sentimento che si era appena lasciato sfuggire, prese il viso tra le mani e lo tenne nascosto. In questo movimento, il biglietto che aveva ancora in mano le era sfuggito dalle dita. Clarissa fece segno a Giuliano di racco- glierlo. Il giovane aprì il foglio e ne lesse avida- mente il contenuto. Un incanto indicibile illu- minò il suo viso.

Elena, Elena! gridò, afferrando una mano della ragazza e portandosela alle labbra. Ah, ora posso andare! Con questo prezioso talismano, vo- glio sconfiggere il destino che si è messo contro di me. Caro talismano! dopo avergli dovuto la mia fortuna, ho anche intenzione di dovergli la mia fe-

licità, perché io te lo presenterò un giorno al mio

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ritorno, Elena, e ho fiducia in lui! ... Allora la- scerai cadere la tua mano nella mia.

Potete stare tranquilli, disse Clarissa sorri- dendo, questa confidenza resterà segreta.

E, vedendo Elena barcollare:

Ma potete venire, Giuliano; scappate via presto!

I giovani si scambiarono un ultimo addio.

Il giorno dopo, Giuliano si imbarcò per le Americhe. Così i giorni passarono, e le settimane e i mesi. E i diciotto mesi scivolarono via e i due anni pure.

Una mattina che la signora Colomban aveva appena ricevuto una visita inaspettata, chiamò sua figlia e la fece sedere accanto a lei:

Elena, la mia salute è da tempo vacillante. Non posso farmi illusioni sulla mia condizione. Non bisogna attendere l’ultimo momento per pensare alla propria sorte.

Mamma!, disse Elena in tono di

rimprovero.

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Non potrei avere che una paura, se dovessi morire, proseguì la signora Colomban, una paura terribile di lasciarvi senza sostegno con risorse modeste come le nostre. Sia lodato il cielo, la vi- sita che ho appena ricevuto mi ha fatto svanire questa paura.

A questo preambolo, l’ansia si era dipinta negli occhi di Elena.

Mi è stato offerto un ottimo partito per te, mia cara bambina.

AR! disse la ragazza con il gesto di chi abbia ricevuto un colpo al cuore.

Sì, un partito molto buono, proprio qui, un uomo posato, un magistrato, con buone rela- zioni, facoltoso e rinomato, che non guasta per nulla. Voleva sposarsi; gli hanno parlato di te. Ti ha visto, sembra, e ti trova adorabile. Infine, pare che, senza che nessuno di noi avesse dubbi al ri- guardo, la vostra unione era nell'ombra una cosa

fissa, conclusa; bastava informarci. Questo è ciò

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che siamo venuti a fare stamattina. Tra due giorni, scopriremo se le circostanze sono favorevoli.

E che intenderesti rispondere, madre mia?

Ma, ho intenzione di rispondere che per me va benissimo.

La ragazza si fece coraggio.

Eppure, mamma, se la persona in questione...

Se a me piace, non dubbio che non piaccia anche a te.

Mase io stessa...

Basta così, disse la signora Colomban in modo brusco, interrompendo la conversazione.

Elena abbassò la testa.

Due mesi dopo, si chiamava signora Marcillac.

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II

È tempo di tornare ai due personaggi che ab- biamo lasciato faccia a faccia nella piccola camera della locanda del Cappello rosso.

L’emozione iniziale li aveva ammutoliti. Giu- liano ruppe il silenzio.

Cara Elena! disse, andando verso la signora Marcillac, avete avuto pietà di me. Oh! grazie, mille volte grazie!

Sì, sono arrivata, disse Elena, e allo stesso tempo gettò lo sguardo inquieto attorno a sé, come se temesse di incontrare nella stanza altri occhi che quelli di Giuliano. È stato un passo molto imprudente da parte mia, molto avventato forse, ma ho sentito che vi dovevo delle spiegazioni.

Ahimè, non mi dovete nulla, Elena; avete appena il diritto di ricordare.

Non mi state accusando, vero?

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Io vi accuserei, povera bambina!, e di cosa? Mi avete aspettato lealmente per più di due anni, vi ringrazio per questo. Alla fine, la signora Co- lomban pensava di assicurare felicemente il vostro futuro sposandovi con un uomo che vi era scono- sciuto. Avevate il diritto di parlare contro la vo- lontà suprema di una madre, e ancora di più, di una donna morente? No, senza dubbio; ma se, per mia eterna disperazione, si potesse fare un tale sacrificio, non sareste ancora più da compatire di me?

Giuliano! mormorò Elena, soffocando un singhiozzo.

Il giovane scosse la testa:

Vedete che so tutto!

Ma lei disse forte:

Ah! solo io so cosa ho sofferto!

Si lasciò cadere sul bordo del divano con le mani strette insieme, incurante delle lacrime che le cadevano dagli occhi e rotolavano vivacemente

lungo la seta del suo corpetto.

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Giuliano si sedette accanto a lei e le prese le mani:

Povera donna, piangete! Le lacrime fanno bene. Piangete, Elena! Tra poco mi racconterete le vostre sofferenze. Quale cuore le condividerebbe meglio?

No! disse la giovane bruscamente, parliamo invece di voi. Ho saputo del vostro ritorno da Clarissa, ma questo è tutto. Che cosa avete fatto lì? Che ne è stato di voi per così tanto tempo? Perché sono quasi quattro anni che avete lasciato Parigi. Sono quattro anni, vero?

Aveva detto questo volubilmente, asciugan- dosi gli occhi, come qualcuno che cerca di ubria- carsi con le sue stesse parole.

Sì, quattro anni, sospirò Giuliano. Che cosa volete! Invano ho cercato la mia fortuna a Parigi. Non avevo ricevuto altro che delusioni ovunque. I miei ultimi risparmi si erano volatilizzati in ope- razioni di Borsa. Per gettarmi a capofitto nel com-

mercio, ho coraggiosamente detto addio all’arte. È

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una cosa difficile, sapete, scambiare per nuove oc- cupazioni quelle che sono state a lungo l’unico scopo della tua vita, di dominare i vostri gusti, di dimenticare le vostre aspirazioni, le vostre gioie, in una parola, di abbandonare improvvisamente il sogno per la realtà. L'ho fatto. Deciso a mettere le mani sulla sfuggente gallina dalle uova d’oro, sono partito una bella mattina per New York. La prima persona che ho incontrato era uno di quegli amici come ne abbiamo tanti noi parigini; direi uno di quei conoscenti, se il carattere principale di questo tipo di amicizia non fosse che non ci co- noscevamo da entrambe le parti.

» Un giorno ci siamo trovati uno accanto all’altro a teatro o uno accanto all’altro in un risto- rante. Da allora, ci siamo salutati tra due porte o ci siamo stretti la mano per strada: questo basta per essere i migliori amici del mondo. Dixmer era uno di quel tipo di amici.

» Mi salta al collo chiamandomi per nome.

Chiariamo reciprocamente la nostra situazione.

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Dal punto di vista intellettuale, rispetto a me Dixmer è più ricco di idee. Vede la possibilità di allestire un banco di materie prime secondo certi suoi calcoli che probabilmente vi interesseranno poco, ma che devono fruttare molto denaro. Per eseguire questo conteggio, ha bisogno di un socio e di uno o più finanziatori. Se i finanziatori sono ancora da scoprire, il socio è almeno trovato. Quel socio sarò io. L'accordo fu concluso subito, ed ec- coci qui il giorno dopo, entrambi a iniziare gli af- fari con l’intrepido coraggio di chi non ha niente. » Che dire, Elena? Oggi, Dixmer, Grandier e C. è una delle ditte più fornite di New York. L'ex apprendista ora vende beni coloniali e cotone. In pochi anni, forse, avrà messo da parte dal suo in- teresse annuale il suo bel milione in contanti. Per il momento, il suo solo stipendio è più che suffi- ciente per vivere. Fu allora che, vedendo che la fortuna gli sorrideva, ripartì ansiosamente per il paese. Certo, non nascondeva a stesso che, con

il suo ritardo, qualsiasi impegno, anche il più for-

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male, sarebbe stato naturalmente rotto; ma l’uomo sarebbe troppo infelice se non avesse an- cora qualche folle speranza nel cuore. Sì, Elena, nonostante le paure che mi assalgono, non c'è forse qualcosa per cui benedire la Provvidenza? Lo spero ancora...

Si fermò; la signora Marcillac abbassò la testa.

La mia prima visita a Parigi, continuò dopo un momento, è stata naturalmente a colui dal quale mi era stato assicurato avrei avuto vostre notizie. Ah! Quando ho appreso tutto ciò, vedete, ho temuto di perdere la ragione!

Mentre diceva questo si alzò bruscamente e si tenne la testa, come se il ricordo di quella terribile crisi lo spaventasse ancora. Elena fece un passo verso di lui.

Giuliano!

Oh, non preoccupatevi, sono calmo adesso. Allora ero pazzo. Invano Clarissa mi ha supplicato di non cercare di incontrarvi di nuovo,

invano suo fratello voleva che partissi per

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l'America senza ulteriori indugi, io ho giurato di rivedervi, Elena; un’ultima volta almeno, dovevo vedervi di nuovo! Questa mattina, non potendo più sopportare, ho lasciato Parigi. In poche ore la ferrovia mi ha portato qui. Ah, se voi sapeste, Elena, come mi sono sentito quando mi sono avvicinato a questa città, quando ho visto i suoi campanili e i tetti familiari delle prime case! E dire: «Lei è qui! Dove? Non lo so, in questa strada, su questa passeggiata forse; ma è lì! Questa casa non sarebbe sua? Non importa, questi vecchi alberi che vedo, anche lei può vederli ogni giorno, questo cielo è suo, questa terra è sua, delizie! l’aria che respiro ora è quella che respira anche lei! »

La signora Marcillac lo ascoltava in silenzio, fis- sando su di lui i suoi grandi occhi brillanti, mentre un sorriso amaro, che aveva spesso, le cor- rugava l'angolo sinistro del labbro.

Non avevo dimenticato questo albergo, poco lussuoso, ma appartato. Ahimè, è un luogo

dove sono venuto in tempi meno tristi. Con

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quanta fiducia, proprio in questa sala, la dome- nica, tornando dalla messa, trascorrevo pigra- mente le ore evocando l’ombra di colei che allora era ancora la signorina Colomban. Avevo bi- sogno, per l’incontro che avevo in programma oggi, di fornire un doppio incognito; nessun posto mi sembrava più favorevole di questa lo- canda, frequentata solo da alcuni carrettieri e agri- coltori. Vostro marito è talmente conosciuto che tutti qui hanno potuto darmi il suo indirizzo. In una parola, ho potuto anticiparvi. Mi sono sba- gliato? La vostra presenza mi dice di no.

Elena lo fermò con un gesto.

Giuliano, non parlate della mia presenza qui. Se, nonostante tutte le mie precauzioni, do- vessi essere riconosciuta... Ho orrore a pensarci! E voi, amico mio, che imprudenza avete dimostrato! Inviarmi il vostro biglietto attraverso quel villano, che può parlare! Per fortuna, ero sola in casa; ma, vedete, che questo individuo vada a raccontarlo:

la mia reputazione, quella di mio marito, così se-

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vero quando si tratta di assolvere ai propri doveri. Non tutti conoscete le piccole città, Giuliano. Ah, credete, vi faccio oggi il più grande sacrificio che qualsiasi donna onesta possa fare a qualsiasi uomo, vi faccio il sacrificio del mio onore.

Non è la paura che vi porta fuori strada, cara Elena?

La paura? disse rialzando la testa; vedete che non ho paura, poiché sono venuta.

In quel momento c’era sotto la finestra uno scambio di “addio” e di “buonasera” più o meno avvinazzati e poi una voce, abbastanza alterata dagli effetti dell’ubriacatura, intonava pesante-

mente questa canzonetta:

Fu una sera che la brunetta

Per i campi fuggì soletta, Landerirò, Landeriretta,

Nel bosco, dove il suo amico trovò, AN! ah!

Costò caro alla brunetta, Landeriretta,

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Quando la bella a casa tornò, Landerirò.

La signora Marcillac aveva prestato l'orecchio. Le sembrò che il timbro di voce del cantante non le fosse del tutto sconosciuto. Fece un cenno a Giuliano di fare silenzio, e quando la voce si spense, lei gli disse:

Sentite, questo uccello del malaugurio?

Costò caro alla brunetta,

Quando...

Siete pazza! interruppe Giuliano con dol- cezza. È dunque un bisogno della vostra natura nervosa tormentarvi così? Si fa notte, eravate av- volta nel vostro stretto mantello. Chi vi avesse visto entrare qui non sarebbe in grado di ricono- scervi. Il mio biglietto di prima, l'avete letto solo voi?

Elena annuì in senso affermativo.

Appena l’avete letto, l'avete fatto sparire?

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Elena confermò sempre annuendo.

Chi potrebbe sospettare di voi, sia a casa che qui? Quanto a me, sono arrivato da poche ore... Sono di passaggio... Nessuno mi conosce...

Ma Elena:

Forse non siete così sconosciuto a V. come sembrate pensare. C'è qualcuno qui, Giuliano, che, se ignora la vostra fisionomia, conosce fin troppo bene il vostro nome.

Di chi vorreste parlare?

Di Marcillac. Ahimè, possiede il segreto del nostro passato tanto quanto noi. Non ho più nulla da insegnargli sulle nostre relazioni d’un tempo...

Come ha potuto saperlo?...

Come? Ahimè! Giuliano, non chiedete- melo! Sappiate solo che vi detesta con tutta l’anima. Non siete l’uomo che lo ha preceduto nel suo amore verso di me? Ah, come vi odia!

Ha ragione, disse Giuliano a denti stretti,

perché anch'io lo odio!

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Zitto! Esclamò la signora Marcillac posan- dogli la mano sulle labbra.

Giuliano prese quella mano e, stringendo deli- catamente la giovane a sé, disse:

Siete infelice, Elena! Quest'uomo tiene nelle sue mani il vostro segreto di ragazza; e la sua gelosia ne è irritata e allo stesso tempo vi si ritira dentro. È così, vero? Si sta vendicando per non es- sere stato amato, facendovi soffrire per questo amore trascorso?

No, Giuliano, disse la signora Marcillac, cercando di svincolarsi, vi assicuro che sbagliate.

Ma Giuliano, abbracciandola ancora più da vicino:

I vostri lineamenti, i vostri occhi, le vostre labbra, tutto il vostro essere mi urla abbastanza, la vostra sofferenza... Sì, state soffrendo! Non vi siete lasciata sfuggire questa ammissione poco fa? State soffrendo!

Il giovane ebbe improvvisamente un attacco di

indicibile disperazione.

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Voi state soffrendo, anima cara, gridò, e io non posso fare niente!

Poi si coprì il viso con le mani e dai movimenti a scatti del petto si vedeva che stava piangendo. La signora Marcillac si era precipitata verso di lui.

Giuliano! gridò lei.

Lo fece sedere, allargando le mani per asciu- garsi gli occhi; poi prese quelle mani tremanti e le portò avidamente alle labbra.

Cara Elena! disse il giovane cingendole le braccia.

Stavano in piedi abbracciati in silenzio quando la signora Marcillac tese l'orecchio, ansimando.

Non sentite? disse a mezza voce.

Che cos'è?

Abbiamo camminato lungo questo corri- doio. Forse qualcuno ci sta ascoltando.

C'era il cigolio di una porta che si apriva lentamente.

È un viaggiatore che torna nella sua stanza,

disse Giuliano.

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E la attirò vicino a sul divano dove lei lo aveva fatto sedere. Lei si mise al suo fianco quasi con noncuranza. Lui le prese le mani e le coprì di baci.

Elena lo lasciò fare, incosciente, come se la sua anima non fosse più dentro di lei, e non fece al- cuna mossa per resistere quando lui le prese deli- catamente la fronte per appoggiarla contro la sua spalla.

Al rumore appena percettibile dell’accartoccia- mento di un foglio sotto la sua testa, Giuliano si portò la mano al fianco. Tirò fuori dalla tasca un biglietto stropicciato.

Eccolo, disse aprendolo tristemente, questo povero biglietto che le mie dita hanno accarezzato tante volte; che tante volte ho coperto con i miei baci e bagnato con le mie lacrime. Elena, ripren- detelo, che me ne farei adesso? Ah, non potevo nemmeno sospettare, quando ne leggevo avida- mente il contenuto, che avrei sofferto così crudel-

mente nel rimetterlo sotto i vostri occhi.

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Elena aveva preso il foglio che Giuliano le por- geva. Era il biglietto su cui, nello sfogo della par- tenza, aveva gettato come un grido la confessione: «Giuliano, vi amo!»

Tenne la carta tra le dita serrate per un mo- mento; poi, andando alla candela, l’accese e la gettò nel camino.

Altre carte disperse in mezzo alla cenere pre- sero fuoco a questo contatto e d’un tratto nella stanza si diffuse una luce di fiamma viva; poi tutto si spense, e mentre le ultime scintille correvano at- traverso il camino:

Ecco il nostro passato, sospirò Elena.

E, forzando stessa:

Addio! disse, tendendo la mano a Giuliano.

Ve ne andate? disse il giovane, come se fosse uscito da un sogno.

Elena indicò l’orologio.

È ora... Vedete, sono già quasi le undici.

Oh, restate ancora un momento... per

favore!

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Giuliano, è impossibile! Pensate, se Mar- cillac rientrasse prima di me. Non sa della mia as- senza; cosa gli direi?

Si era fermata. Uno strano rumore l’aveva ap- pena colpita all'orecchio. Era come un grido attu- tito immediatamente seguito da una caduta.

Che adesso? disse la signora Marcillac.

Non avrete avuto paura!, disse Giuliano.

La signora Marcillac si gettò rapidamente il mantello sulle spalle e si avvolse stretta nel suo velo.

Quando ci rivedremo? chiese Giuliano con tristezza. Mai, forse...

Si passò la mano sugli occhi.

Coraggio, amico mio, disse Elena, se la pru- denza ci proibisce di vederci ancora, sapete che c'è un cuore che non avrà mai battuto per nessun altro che per voi. Addio, Giuliano.

Si fermò.

Questa volta sono sicura di aver sentito...

Che è stato?

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Vi giuro che qualcuno ha appena cammi- nato a passi lenti nel corridoio.

Giuliano andò alla porta e la aprì, ma il cielo era così pieno di nuvole che, nonostante le fine- stre, il corridoio era tutto in ombra. Per soddisfare pienamente Elena, il giovane andò a prendere la candela posata sul tavolo e fece un passo fuori dalla stanza.

Niente, disse dopo aver guardato a destra e a sinistra.

Il vento soffiava su di lui piegando la fiamma tremolante della candela.

Avete sentito il vento che soffiava da quella finestra, aggiunse, voltandosi di nuovo verso Elena.

La giovane non sembrava per nulla convinta del suo errore. Giuliano si avvicinò alla finestra e fece scivolare la parte inferiore sollevata dell’anta nella scanalatura. Non era, tuttavia, senza una certa resistenza, perché un oggetto che impediva il

movimento dell’anta cadde sul pavimento.

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Siete rassicurata ora? proseguì con un sorriso.

Vedete come tremo, disse, tendendo le mani.

Oh, povera, povera donna! disse con un ac- cento pieno di tenerezza. Non potete uscire così. E la spinse delicatamente nella stanza.

Giuliano, per favore, non trattenetemi un momento di più. Devo andare! Guardate se la via è libera.

Le ultime parole della signora Marcillac erano state dette con una tale perentorietà che Giuliano si diresse subito verso le scale. Le scese per metà, in modo da potersi tuffare nel vicolo che portava all’esterno; e risalendo subito, disse:

Nessuno. La porta è ancora aperta. Fate in fretta!

Fece qualche passo veloce verso la scala; poi, gi- randosi con slancio:

Ah, Giuliano, addio di nuovo, addio!

Addio! disse il giovane.

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Entrambi erano estremamente commossi. La signora Marcillac, prima di abbassare il velo, tirò fuori un fazzoletto per passarselo sugli occhi. In questo movimento, lasciò cadere qualcosa. Giu- liano avvicinò la candela e mise frettolosamente un guanto e un biglietto nelle mani di Elena.

Li stava infilando in tasca e si stava dirigendo verso le scale quando Giuliano la vide improvvisa- mente indietreggiare per lo spavento. Qualcuno stava salendo rapidamente le scale.

Giuliano ebbe solo il tempo di spegnere la can- dela che teneva in mano. La signora Marcillac si era rannicchiata in un angolo del pianerottolo.

Chi va là? disse l’uomo che era appena ap- parso nell’ombra.

Giuliano aveva quasi perso la voce, e il malca- pitato che si era fermato sui gradini stava già aprendo la bocca per ripetere la domanda, quando lui rispose:

Ehi, sono io, il viaggiatore della 5.

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AR! il viaggiatore della 5, mi scusi, disse Toussaint. Il signore ha bisogno di qualcosa?

No, grazie, disse Giuliano.

Il signore vuole che gli faccia luce?

Il viaggiatore non rispose.

Toussaint lo vide tornare nella sua stanza e strofinare bruscamente dei fiammiferi sul camino per riaccendere la candela spenta.

Poi all'improvviso il ragazzo sentì un movi- mento alla sua sinistra e, voltandosi, vide un'ombra che correva su per le scale.

Sembra che l'individuo non fosse solo, pensò Toussaint.

E, mentre seguiva il corridoio verso la sua stanza, si disse:

Questa è bella! Perché diavolo mai, veden- domi, il viaggiatore della 5 ha soffiato sulla

candela?

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IV

All'epoca del suo matrimonio, un paio d’anni prima dei fatti che iniziamo a raccontare, Mar- cillac occupava, da sedici o diciotto mesi appena, il posto di giudice istruttore nella città di V.

Era un uomo molto metodico, Marcillac. An- cora giovane, aveva già progettato tutto. Si era detto: «A vent’anni, sarò avvocato; diventerò giu- dice supplente a ventiquattro, giudice istruttore a ventinove, procuratore a quaranta». Stava en- trando nel suo trentatreesimo anno e tutto si era svolto rigorosamente nei tempi previsti.

Si era detto anche: «Prima dei trent'anni non mi innamorerò, per non distrarmi dal lavoro». E aveva mantenuto la parola.

Solo, aveva aggiunto: «Quando mi sarò fatto una posizione stabile, quando non dovrò più la mia condizione agiata solo alla fortuna di mio

padre, e quando avrò lavorato personalmente per

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aumentare il rispetto che deve circondare il mio nome, allora mi sposerò». E poiché gli era sem- brato che fosse giunto il momento di mettere in atto quest’ultima parte del programma, Marcillac aveva cercato una moglie.

Aveva sentito lodare la figura e l'educazione di Elena. Era entrato in relazione con la signora Co- lomban e sua figlia, senza che potessero supporre le sue intenzioni, e ben presto giudicò che nes- suna donna era più adatta di Elena a gestire la sua casa, più degna di lei di portare il suo nome.

Questa unione, una volta decisa nella sua mente, non poteva non essere presto attuata nella realtà. Confidò alla signora Colomban i suoi pro- getti, senza esitazioni, con franchezza, dandole ventiquattro ore di tempo per riflettere.

Il giorno stesso in cui ricevette la risposta, fissò, seduta stante, su quali basi stabilire il contratto, quali beni avrebbe riconosciuto alla moglie, chi sarebbero stati i testimoni per ciascuno di loro,

infine la data del matrimonio in municipio e

47:

quella della cerimonia in chiesa, con l'ordine del pranzo e di tutto quanto il seguito. C’era solo una cosa a cui Marcillac non aveva pensato: che, nell’intervallo tra il giorno della presentazione e quello del matrimonio, si sarebbe innamorato perdutamente di sua moglie.

Sì, un amore profondo e vivace, l’amore a lungo represso degli anni ardenti, fece una strana e inaspettata esplosione in questo essere abituato a misurare ogni sua azione. Come una vetta ghiac- ciata che viene toccata alla fine dai raggi abba- glianti del sole, il cuore di Marcillac sentì all'improvviso sciogliersi le sue nevi sotto lo sguardo luminoso di Elena.

Sensazione affascinante! Gli sembrava di essere all’alba sorridente di una nuova vita; che dire, una nuova vita! non stava forse vivendo per la prima volta? Tutta l'inquietudine segreta che questa esi- stenza così quieta in apparenza aveva accumulato, si riversava alla fine in questo affetto improvviso e

irresistibile.

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Era come una rivolta trattenuta dei sensi, come una fioritura misteriosa che lo riempiva di ap- prensioni vaghe e tuttavia deliziose.

Inoltre, se si abbandonava quasi suo malgrado ai nuovi sentimenti, sapeva sempre controllarsi a sufficienza perché nulla li tradisse all’esterno. In- namorato fino al delirio, rimase per tutti, dopo il matrimonio, l’uomo severo e misurato di un tempo. Era come il Monte Bianco con un vulcano in seno.

Con Elena stessa, Marcillac mantenne quella discrezione di toni e modi che, in apparenza, im- plica meno affetto di un amabile savozr vivre. Elena, tuttavia, non si sbagliava. Le donne hanno un'intuizione troppo profonda del valore degli omaggi che vengono loro tributati perché lei po- tesse fraintendere quelli di Marcillac. Ci sono at- tenzioni così inosservate, così leggere ma soste- nute, che non sono solo quelle di un marito, ma di un amante. Elena, che era in grado di apprez-

zare queste delicate sfumature, si rimproverava

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spesso di aver reagito così male a tanta premura. Tuttavia, non riusciva a superare una sensazione di freddezza in presenza di colui che era stato ca- pace di possederla, ma al quale non si era concessa.

Questa dolorosa impressione di un cuore fe- rito sfuggì per fortuna a Marcillac. Era una conse- guenza naturale del suo carattere. Poco comunica- tivo per natura, non chiedeva agli altri più slancio nei rapporti reciproci di quanto non facesse lui stesso. E se Elena fosse stata meno riservata nei suoi confronti, avrebbe ancora osato pretendere da lei la prova di una passione uguale alla propria?

Non si rendeva conto della figura pietosa che la sua precoce saggezza poteva fare ai piedi di una bella donna? Non sentiva abbastanza quanto poco la natura lo avesse preparato al ruolo di amante che un destino beffardo gli aveva asse- gnato? Così almeno pensava, e il suo folle ardore aumentava quanto più si soffermava su quest'idea

senza speranza.

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Tuttavia, Marcillac era davvero troppo indul- gente nel raccontarsi queste dolorose verità. Se non aveva l’armamentario del seduttore, aveva co- munque tutto il necessario per piacere: una grande rettitudine di principi, una mente sicura, un temperamento sovranamente onesto e leale. Il suo carattere troppo metodico lo portava talvolta a fastidiose minuzie, ma è giusto dire che queste minuzie derivavano il più delle volte da un pro- fondo senso di quella cosa suprema chiamata do- vere. Al di sopra della coscienza non esisteva nulla per lui.

Inoltre, sebbene non fosse orgoglioso della sua persona, era orgoglioso del suo nome, perché un nome è fatto di onore e probità.

Nel fisico si rispecchiava in gran parte l’auste- rità della sua morale. Il viso di Marcillac era retti- lineo come la sua condotta. Aveva capelli radi, oc- chio fine, labbra strette e, sulle guance sempre ben rasate, quella freschezza delle persone che condu-

cono una vita regolare. Non c’era nulla di troppo

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romantico in questo insieme; ma un magistrato non è tenuto ad avere l’aria fatale; e si può sentire il terribile morso del cuore senza aver l’aria d’un Lovelace.®

Otto mesi scivolarono via e Marcillac adorava sua moglie più che mai.

Una mattina, mentre era impegnato a portare a termine un lavoro urgente, si ricordò all’improv- viso che un biglietto indispensabile era stato messo da lui stesso nelle mani di Elena.

Uscì dal suo studio per bussare alla porta della moglie. Non rispose. Bussò più forte: stesso si- lenzio. Allora, girò la maniglia. Elena era uscita.

Con vivo disappunto, lasciò che lo sguardo va- gasse dal tavolo vuoto al marmo della cassettiera, dove non compariva alcun foglio, quando un se- crétaire attirò la sua attenzione. Sulla scrivania ab- bassata, delle scartoffie erano sparse intorno a una carta assorbente. Marcillac non pensò di essere in- discreto nel darci un'occhiata. Vide solo scara-

bocchi insignificanti. Qualche altro foglio era

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sparso ancora sugli scaffali, fatture, indirizzi, ma non era quello che stava cercando.

Tirò un piccolo cassetto, poi un secondo, poi un terzo. Questo era vuoto, quell'altro conteneva alcuni piccoli oggetti, gioielli da donna.

Sotto la sua mano si trovò una specie di tasca o portafoglio di seta. Senza aprirlo, estrasse un fo- glio. Le prime parole che vi lesse lo colpirono a tal punto da dispiegarla in fretta: era una lettera.

La divorò febbrilmente con gli occhi, e a mano a mano che la leggeva il suo volto diventava sempre più livido. Quando ebbe finito, la posò con una calma terribile; poi la riprese, la tastò, la stropicciò sotto le dita per assicurarsi che non stesse sognando; poi si passò dolorosamente la mano sulla fronte, ma la ritirò tutta bagnata. Gocce di sudore imperlavano le tempie gelate.

Marcillac si lasciò cadere anziché sedersi su una sedia, a due passi dal secrétaire aperto.

Rimase per un attimo avvilito, con lo

sguardo fisso, come un uomo stordito; poi si rad-

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drizzò, afferrò la cartella e ne trasse i ritagli di carta che conteneva. Li dispiegò febbrilmente, uno per uno, girandoli in continuazione, mentre li guar- dava con gli occhi e con le labbra mormorava:

Nessuna firma!

All'improvviso un lampo gli attraversò gli occhi.

Giuliano Grandier!

Mentre si lasciava sfuggire il nome appena letto, Marcillac si sollevò come mosso da una molla.

Giuliano Grandier!

Poteva quindi finalmente sfidare l’uomo che pretendeva di contendere l'affetto di Elena; e, nell’attesa di vederlo faccia a faccia, gli rinfacciava già il suo nome come un insulto.

Giuliano Grandier!

Sembrava che provasse un amaro piacere nel ripetere questo nome detestato.

Fece qualche passo nella stanza, senza fiato, an-

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simando. La porta si aprì. Entrò la signora Marcillac.

All’apparizione inaspettata del marito, al disor- dine non abituale dei suoi lineamenti, capì subito che c’era nell'aria qualcosa di grave, forse di terri- bile; e lei stessa si sentì subito molto turbata.

Marcillac, senza dire una parola, indicò la scri- vania. Lei emise un grido.

Vi chiedo scusa, disse Marcillac quando ebbe riacquistato una parvenza di compostezza, vi chiedo scusa, signora, per aver involontariamente penetrato un segreto che non è solo vostro; crede- temi, avrei voluto restarne all’oscuro.

Elena rimase sbalordita.

Non dite nulla?, continuò dopo un si- lenzio. Così non avrò nemmeno l’ultima consola- zione di poter dubitare di nuovo. È proprio alla si- gnora Marcillac che queste lettere sono indirizzate.

La giovane lo fermò.

Non alla signora Marcillac! disse in fretta,

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ma alla signorina Colomban. Non sapevo, potete starne certi, quali sarebbero state le opinioni di mia madre un giorno; ero libera da ogni impegno quando le ho ricevute.

E non avete rivisto l’autore di questa corrispondenza?

Mi permetterete, disse Elena, di non ri- spondere a una domanda che suona tanto come un insulto.

Potete almeno dirmi che il vostro cuore si è chiuso per sempre al ricordo di lui?

Mentirei se vi dicessi questo, rispose Elena con semplicità.

E, guardando il marito in faccia:

Immagino che non intendiate prolungare l'interrogatorio?

Ancora una domanda, disse Marcillac, le cui labbra tremavano: dov'è quest'uomo?

Elena osservò il silenzio.

Vi chiedo dove si trova quest'uomo? ripeté

Marcillac.

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Lei chinò il capo e disse a bassa voce:

È morto!

Da questa scena dolorosa in poi, ogni riavvici- namento, anche se illusorio, cessò subito tra i due coniugi. Un abisso li separava ormai. La loro unione, che poteva ancora essere la comunione di due spiriti, non era più che uno scambio di favori.

Eppure entrambi soffrivano sotto la loro ma- schera di reciproca indifferenza: Elena piangeva le cose passate, Marcillac abbracciava con dispera- zione i suoi sogni svaniti.

Ma qualunque fosse la segreta rivolta dei loro cuori, per il mondo per loro stessi, non la la- sciarono mai trasparire. La consueta cortesia con- tinuò a governare i loro rapporti quotidiani e le loro maniere non cambiarono, anche dopo che le loro rispettive situazioni erano cambiate così profondamente.

Inoltre, se Elena era il più delle volte costretta a rispondere alle delicate attenzioni del marito, lo

stesso non valeva per l’uomo che le prodigava.

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Marcillac continuò ad adorare Elena con un amore tanto più struggente perché ormai ai suoi occhi era senza speranza.

Un male aspro e pungente, la gelosia, era en- trato in questo cuore da lungo tempo chiuso a ogni emozione: la gelosia, male terribile, perché si ribella a tutte le prescrizioni della ragione, e il pos- sesso stesso non può guarirlo.

Dire a se stessi a tutte le ore del giorno: “Lei ama un altro! È qui, vicino a me e, nel momento stesso in cui la accarezzo con gli occhi, il suo pen- siero potrebbe essere per lui!”

Dire a se stessi: “Mi guarda con timore, e a quest'altro avrebbe dato senza contrattare fino all’ultimo respiro il suo essere, la sua vita, la sua anima!”

Dire a se stessi: “Questa mano che mi evita, molte volte forse ha stretto quella di quest'uomo; sulle sue labbra, che tremo ad avvicinare, quante volte si sono posate quelle di lei!”

Tale è stato il destino di quest'uomo geloso!

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Geloso di chi? Di un rivale sconosciuto, di un uomo morto, di un'ombra sfuggente e vana! Se lodiato essere fosse stato ancora in carne e ossa come lui, avrebbe potuto cercarlo, inseguirlo senza sosta e tenerlo a bada un giorno: ma niente! Un’immaginazione, una chimera! Invano allon- tanò dalla sua mente questo odioso spettro, sempre lo vide riapparire. Aveva forse evocato l’immagine di Elena in un sogno doloroso? Lo spettro si ergeva sinistramente accanto a lei! Al- lora il suo delirio non conobbe limiti. Nella sua furia impotente, egli inseguiva questo fantasma, lo afferrava per la gola e gli gridava: “Disgraziato, ridammi la mia felicità!”

Tutto questo, come abbiamo detto, avveniva dentro di lui. Una debole contrazione del suo viso tradiva appena queste crisi. Quando erano pas- sate, il suo gesto e i suoi lineamenti non ne face- vano cenno. Marcillac però softriva ancora di più perché le teneva più nascoste.

Nondimeno, aveva concesso alla moglie la

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piena libertà di ricevere chi voleva, di andare e ve- nire a piacimento, da sola o accompagnata, ovunque volesse, e non avrebbe mai chiesto infor- mazioni, senza essere in qualche modo invitato da lei, su nessuna delle sue visite o uscite.

Elena non aveva quindi motivi di preoccupa- zione così gravi come si sarebbe potuto supporre la sera in cui lasciò furtivamente la locanda del Cappello Rosso; eppure fu con vero sollievo che le sembrò di capire, tornando a casa, che suo marito non l'aveva preceduta. Infatti, dalla sua stanza, sentì Marcillac chiudere la porta sulla strada mezz'ora dopo di lei, e il suo passo ben noto fece, un attimo dopo, scricchiolare appena i gradini delle scale.

Era già a letto, ma il sonno sembrava sfuggirle. Rimase sveglia per parte della notte, a volte di- stesa, a volte seduta, posando e riprendendo un libro che le sue mani tormentavano, ma che i suoi occhi non seguivano.

Quando si addormentò era tardi; si svegliò

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tardi anche per la candela spenta. La sua came- riera era venuta a dirle che la colazione era stata servita e che il signore si era seduto a tavola.

Elena indossò frettolosamente una vestaglia e, mentre davanti allo specchio si rassettava i capelli , pensò, con gli occhi sull’orologio:

Otto e mezza. Da un'ora Giuliano deve aver lasciato la città. Se n'è andato... se n'è andato... per sempre, senza dubbio!

Aspirò l’aria bruscamente, a denti stretti; il petto le si gonfiò, mentre un doloroso brivido le agitava le delicate narici. Infine, scosse la testa con forza, come per scacciare le visioni che la ossessio- navano, e passò nella sala da pranzo.

Marcillac era già seduto.

Mi perdonerà, signora, se non l’ho aspet- tata questa mattina, le disse dopo essersi infor- mato sulla sua salute, ma devo uscire di corsa.

Un crimine?, chiese la signora Marcillac.

Proprio così. Un assassinio di cui il Procu-

ratore mi ha appena dato notizia. La mia presenza

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sulla scena del crimine è ancora più urgente in quanto, essendo malato, gli è impossibile andarci.

Mentre lo diceva, Marcillac finì il suo cappuc- cino in un sorso e chiese il cappotto e il cappello.

Il delitto è avvenuto in città?

Sì, ieri sera, a quanto pare, in un albergo di via delle Tre Corone.

Via delle Tre Corone?

Sì, alla locanda del Cappello Rosso.

AI Cappello Rosso? Ripeté la signora Mar- cillac, stordita di colpo.

Marcillac, sistemandosi labito, continuò tranquillamente:

Sta soppesando, a quanto pare, accuse piut- tosto gravi nei confronti di un individuo che è ve- nuto ieri alla locanda; un giovane, se non sbaglio.

Così dicendo, aveva aperto un foglio mezzo di- spiegato sul tavolo e lo scorse con gli occhi per un'ultima volta:

Bene, disse.

E lesse: «La prego di interrogare lei stesso

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questo giovane; è un forestiero che da ieri sera oc- cupa la camera 5».

La signora Marcillac ebbe improvvisamente un lampo di rosso negli occhi. Le sembrò che il terreno sotto i suoi piedi mancasse e che tutto gi- rasse intorno a lei. Appoggiata, quasi senza vita, allo schienale di una sedia, ebbe ancora il coraggio di ricevere il frettoloso addio del marito; ma, quando questi ebbe varcato la soglia, si lasciò sci- volare mollemente sulla sedia dove si erano ag- grappate le sue mani; la cameriera, entrando nella

stanza, trovò la padrona svenuta.

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V

Alle sei e un quarto, Toussaint, non avendo visto il bell’Antonio, si affrettò a bussare alla sua porta, come gli aveva raccomandato il giorno prima. Era però diviso tra il desiderio di soddi- sfare la richiesta del viaggiatore e il timore di sve- gliare in modo troppo brusco un ospite così di- stinto, quindi si limitò a dare due o tre colpi di- screti e se ne andò senza accertarsi di essere stato ascoltato.

Ma poiché il giovane Férou non era ancora sceso, Toussaint pensò che forse aveva eseguito con leggerezza il proprio compito e risalì al primo piano. Questa volta non si accontentò di bussare più forte, ma chiamò:

Signor Antonio! Signor Antonio!

Nessuna risposta.

La chiave era rimasta fuori. Toussaint tirò il

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chiavistello e, attraverso la porta semiaperta, ripeté:

Signor Antonio!

Poi, visto che continuava a regnare il silenzio, spinse la porta e fece qualche passo nella stanza; ma uscì subito con un forte grido e si precipitò verso la scala.

Sull’ultimo gradino incontrò l’albergatore Pan- filo, che correva con tutta la forza delle sue piccole gambe.

Là... là..., disse Toussaint, balbettando tra le braccia del padrone e indicando il primo piano. Là..., il signor Antonio...

Ebbene? Assassinato, capo, assassinato!

A queste parole, ci fu una vera e propria esplo- sione di crisi da parte della moglie di Panfilo e delle due cameriere, che accorsero a loro volta con un grido. Le donne si precipitarono nella sala co- mune con la sinistra notizia.

Ci fu un gran baccano. Due o tre clienti a ta-

vola si alzarono senza capire bene. D'altra parte,

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alcuni viaggiatori, sentendo il rumore dalle loro stanze al piano terra, scesero mezzo svestiti e chie- sero anche loro informazioni. Tutti parlavano contemporaneamente, alcuni facevano domande, altri gridavano aiuto e non rispondevano. Alla fine, quando si seppe la verità, si formarono come d’istinto diversi gruppi; e, mentre i più spaventati rimasero nella stanza al piano terra, i più corag- giosi o curiosi salirono le scale e, su indicazione di Toussaint, entrarono nella camera.

Era una piccola stanza con una brutta carta da parati a fiori. La porta si apriva in un angolo, in modo da lasciare il letto sullo stesso lato.

Di fronte al letto c'era la finestra; tra il letto e la finestra c'era un caminetto con il piano di legno nero e un tavolo usato come toilette.

A destra, entrando, si trovava un divano di crine; più avanti, una vecchio e Zoppicante secre- taire. Questo secrétaire era aperto come se fosse

stato perquisito. Ai piedi del letto si vedeva una

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sedia vuota e, accanto, alcuni effetti personali rovesciati.

Il vento della notte aveva abbassato una delle persiane della finestra e, nella penombra che questa persiana gettava sulla stanza, si vedeva ri- splendere d’una lucentezza metallica, all'angolo del camino, un grande orologio d’argento con la sua catena.

I visitatori avanzarono dando le spalle alla finestra.

Il bell’Antonio giaceva a faccia in giù sul pavi- mento, fuori dalla sua branda disordinata. Le len- zuola avevano in parte seguito il movimento del suo corpo, tranne che verso il fondo, dove, meglio rimboccate, avevano trattenuto i suoi piedi nelle loro pieghe.

Il cadavere, così penzolante a metà, mostrava il fianco sinistro colpito nella zona del cuore. A ma- lapena una linea rossa e qualche gocciolina sulla camicia della vittima segnavano il passaggio

dell’arma. Alla testata del letto, il cuscino era stato

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gettato di lato e uno strappo triangolare, che do- veva essere stato prodotto da un punteruolo, la- sciava intravvedere il tessuto azzurro del materasso.

Toussaint e coloro ai quali faceva da guida come i pastori che camminano dietro al gregge avevano appena iniziato l’ispezione della stanza, quando già Panfilo si precipitava dietro di loro.

Fermi! disse con voce soffocata, per l'amor di Dio, non toccate nulla.

Fece un profondo sospiro per riprendere fiato; poi, con accento dolente:

Ah, amici miei, che sventura! La mia repu- tata locanda! Un assassinio! Ma io vi chiedo come sia potuto accadere? Ah, miseria, miseria! Spero di non esserne compromesso!

Lasciate fare, disse uno degli assistenti, la- sciate fare, Panfilo, vi conosciamo.

Ah, se conoscono il capo! esclamò Tous- saint, più morto che vivo. Credo bene che lo co-

nosciamo! E conoscono anche me! Siamo en-

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trambi conosciuti. Non sono certo quegli uomini che hanno le palpitazioni quando si tratta di ucci- dere un coniglio, che se ne andrebbero a pugna- lare i poveracci.

Panfilo sembrò ringraziare il suo sottoposto con gli occhi.

Ecco l’orologio! disse uno dei visitatori, in- dicando il camino. Quindi non è stato ucciso per derubarlo?

Sarebbe stato un suicidio?

Non cera che un motivo per respingere questa ipotesi: Antonio Férou ne aveva abbastanza della vita che il denaro di suo padre gli rendeva così dolce? Suvvia, allora, un ragazzo così allegro, così gioviale, così estroverso! Che non si era mai visto preoccupato, a cui tutto sorrideva!

Dalla posizione del cadavere era evidente che doveva esserci stata una colluttazione, per quanto breve potesse essere.

Se fosse stata una vendetta?, disse un altro.

Ah, è possibile, rispose uno degli interlocu-

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tori. Il fatto è che il giovanotto gagliardo era au- dace nelle danze. E un bel giorno, un fratello, un amante, un marito può arrabbiarsi.

Questo, disse Panfilo sentenziosamente, è affare di donne!

Di donne? disse Toussaint; aspettate un attimo.

Forse Toussaint saprebbe qualcosa?

Io non dico nulla, sto solo cercando di ricordare...

Cosa cè? Parla... Non sai niente, Panfilo?

Niente! disse Panfilo, facendo spuntare due occhi disperati dalle orbite.

Poi, rivolgendosi a Toussaint:

Ob, tu! se hai qualche sospetto, devi dirlo.

Toussaint fissò attentamente coloro che lo cir- condavano; poi, avviandosi verso la porta:

Lasciate un po...

Una volta nel corridoio, si avvicinò in punta di

piedi alla porta del numero 5.

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Il gruppo di curiosi uscì dalla stanza dietro di lui, osservandolo.

Lui si era fermato e, restando a mezzo, aveva dato un'occhiata alla serratura. Una volta termi- nata l’ispezione, tornò indietro con lo stesso passo e si rivolse all’oste Panfilo:

Ditemi dunque, capo, avete capito che il numero 5 non si è alzato? Ho visto i suoi abiti ap- pesi. Come se il rumore non lo avesse svegliato!

Si girò verso la porta con uno sguardo complice:

Sì, fai finta di dormire, mio buon uomo. Ah, non sei furbo!

Bah! E tu ci crederesti? chiese Panfilo.

Senti, capo, chi ha chiuso le porte ieri sera?

Per Giove, sono stato io.

E chi le ha aperte stamattina?

Sono di nuovo io.

Cera una serratura rotta al piano di sotto, una finestra rotta?

No, non cera.

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Nessuno? ripeté Toussaint. Ebbene, se l'assassino non è entrato in casa questa notte, vuol dire che era già lì.

Giusto, disse Panfilo.

Ora, continuò Toussaint, ricordate l’aria che aveva il forestiero della 5. Non ti ha forse chiesto una stanza proprio nel momento in cui il bell’Antonio aveva appena preso la sua?

Ecco, è vero, disse Panfilo.

L'avete notato, o no? Ne ho notati molti altri. Se non mi sbaglio, tanto meglio; ma in questi casi bisogna andare a fondo di tutto, vero?

Spiegati, Toussaint, dissero diverse voci.

Basta, disse il ragazzo, che ritrovava co- raggio e fiducia in sé; aspetto il signor Voitrin.

Sembra che ne sappia abbastanza, mormo- rarono gli inservienti tra loro.

Tornarono al piano di sotto, scambiandosi pa- role a bassa voce; alcuni parlavano del rovescio della fortuna, altri del pericolo di dormire con la

chiave sulla porta.

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Dopo qualche istante, un individuo entrò nella sala e disse che non aveva trovato il commis- sario di polizia in casa, ma che lo stavano cer- cando. Così l'attesa continuò, intervallata da qualche parola qua e là. Diverse persone avevano preso posizione all’esterno. Di tanto in tanto, i passanti, richiamati dal vociferare, si fermavano per strada e da lontano gettavano uno sguardo cu- rioso attraverso la porta aperta.

Giuliano si era appena scrollato di dosso il sonno pesante in cui lo aveva sprofondato una notte insonne e procedeva abbastanza tranquilla- mente a vestirsi, sicuro com'era del tempo neces- sario per andare alla stazione.

Quando fu pronto, scese e chiese qualcosa di caldo. Gli fu servita una tazza di caffè bollente e, mentre la sorseggiava, disse a Panfilo:

Vi sarei grato se mi diceste quanto vi devo.

Il suo ingresso aveva suscitato una silenziosa emozione nella sala; ma, a queste parole, si scam-

biarono sguardi di angoscia. Alcuni si alzarono

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preoccupati. Toussaint parlò a bassa voce al suo capo, dandogli una gomitata d’intesa.

Giuliano, che era del tutto disattento a queste piccole manovre, si era avvicinato alla finestra e, nel silenzio generale, batteva le unghie sul vetro senza preoccuparsi. Ma quando vide che tarda- vano a presentargli il conto, gettò un luigi sul ban- cone e disse a Panfilo:

Avanti, buon uomo, paga!

L'albergatore, messo sull’avviso, eseguì. Giu- liano raccolse il resto e fece come per uscire mentre si metteva il berretto. Allora attorno a lui si creò una certa agitazione e Toussaint, che si tro- vava all’altro capo della sala, esclamò di colpo:

Non fatelo uscire!

Giuliano si voltò.

Cosa cè? chiese.

Scusate il tono del ragazzo, disse Panfilo, balbettando; stanotte qui è successo uno di quei fatti... Uno dei nostri viaggiatori è stato

assassinato!

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Un assassinio? disse Giuliano.

Sì, disse Giuliano. Allora il signore capisce che, almeno per formalità, tutti coloro che hanno dormito nell’albergo devono delle spiegazioni alla giustizia.

Va benissimo, disse Giuliano, tirando fuori l'orologio, ma sono le sette e un quarto. Alle sette e mezza prendo il treno per Parigi. Se qualcuno desidera farmi delle domande, mi scriverà, ma per ora dichiaro di non essere assolutamente in grado di fornire alcuna informazione rilevante.

Mentre diceva questo, fece un altro passo verso la porta; ma delle voci lo fermarono.

Non si può fare così! urlò un tale.

Perdio! riprese un altro, sarebbe troppo comodo.

Giuliano era comunque deciso a uscire; e forse stava per aver luogo qualche deplorevole conflitto quando un nome passò improvvisamente di bocca in bocca:

= Signor Voitrin!

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Panfilo sospirò soddisfatto.

Il commissario di polizia, disse a Giuliano; se volete parlargli?

Voitrin, appena apparso, era stato circondato. Due o tre persone gli rivolgevano la parola contemporaneamente.

Si fece da parte per andare da Giuliano.

Signore, disse quest’ultimo, presentandosi, sembra che sia a voi che devo chiedere il favore di non perdere il treno di Parigi questa mattina. Nulla, immagino, impedisce a un viaggiatore tranquillo di andare e venire a suo piacimento. Le sarei obbligato di farlo capire a questa brava gente.

Mi dispiace, signore, di non poter assecon- dare il suo desiderio, ma non siete all’oscuro di cosa è successo qui; e il mio dovere, in un caso così grave, è di agire solo con la massima circospe- zione. Tutto si deve svolgere con ordine. Farò quindi le prime osservazioni nella stanza della vit-

tima, poi procederemo agli interrogatori.

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Indicò a Giuliano la piccola stanza in fondo.

Se volete aspettarmi un momento in questa stanza, ritarderò il meno possibile per raggiungervi.

Poi, a Panfilo:

= bal primo piano, vero?

Sì, signore, alla numero 3; vi ci accom- pagno... Mio Dio! Mio Dio! Che aftare!

Voitrin fece un cenno a un giovane che era en- trato dietro di lui con una valigetta di pelle sotto il braccio, poi si girò di nuovo:

Il medico non è venuto?

No, risposero diverse voci. Lo mande- rete su appena arriva, disse Voitrin.

Uscì dalla sala e iniziò a salire le scale per il primo piano. Due agenti erano già appostati sulla soglia.

Fate in modo, disse, che nessuno esca.

E si avviò lungo il corridoio, seguito dalla sua segretaria.

Quando tornò da Giuliano erano passati al-

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meno tre quarti d'ora e il giovane cominciava a mostrare una certa impazienza.

Mi scuserà se ho tardato così tanto, disse, ma ho dovuto necessariamente ricevere due o tre deposizioni prima della sua.

Mi dispiace, disse Giuliano, di non poterla illuminare in alcun modo, nonostante la mia buona volontà. Sono venuto qui ieri alle cinque e mezza; ho cenato qui alle otto; alle nove ero nella mia stanza e ne sono appena uscito. In tutto questo tempo non ho notato nulla, non ho visto nulla, non ho sentito nulla.

Oh, oh! esclamò Voitrin, interrompendolo con un gesto, non siamo così precipitosi!

Guardò il suo cancelliere per accertarsi che fosse pronto a scrivere; poi a Giuliano:

Il vostro nome?

Giuliano stava per rispondere, quando la porta si aprì rumorosamente, facendo passare una per-

sona a lui sconosciuta.

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Marcillac! disse il giovane segretario, alzan- dosi subito in piedi.

Il commissario di polizia si alzò per stringere la mano al nuovo arrivato e parlargli per un momento.

Ecco lo stato dei luoghi e le prime deposi- zioni, disse, presentando vari documenti a Marcillac.

E, dopo avergli dato un'occhiata:

Se vuole procedere lei stesso all’interrogatorio?

Grazie, disse Marcillac, continuate pure.

Quando sentì il nome di Marcillac, il volto di Giuliano cambiò.

Il marito di Elena era di fronte a lui.

Il marito di Elena, e lui doveva tacere!

Che dico, tacere? Non doveva dissimulare? Per Giuliano, far conoscere la propria identità in quel momento avrebbe significato di sicuro compro-

mettere la povera donna che il giorno prima gli

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aveva dimostrato, con tanto coraggio, tutto il suo affetto?

Il vostro nome? chiese ancora Voitrin.

Giuliano era pronto a buttare il primo nome che gli veniva in mente, quando i suoi occhi in- contrarono il fazzoletto che aveva posato accanto a e in un angolo si distinguevano le iniziali G. G. Esitò un attimo e rispose:

Giuseppe Gutrin.

Sembra che non ne siate del tutto sicuro? disse Voitrin.

Giuliano vide lo sguardo di Marcillac fermarsi su di lui. Sostenne questo sguardo senza battere ciglio.

La sua età? continuò Voitrin.

Trentuno anni.

La sua professione?

Commerciante.

Specifichi pure.

Intermediario d’affari.

Dove?

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A New York. Arriva adesso? Da Parigi.

E tornerà?

A Parigi.

Che affari aveva a V.? Nessuno.

Ha parenti lì? No, non ne ho. Haamici?

No. Amici?

Dunque che ci viene a fare?

Giuliano si alzò di scatto.

Ah, esclamò, questo è chiedere troppo a me. Se il mio interrogatorio deve continuare in questo modo, è inutile proseguire!

La mia domanda non è forse semplice?

Può darsi; ma mi permetterete di non rispondere.

Fu il turno per Voitrin di alzare la testa:

Sapete, signore, disse a Giuliano, che, allo

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stato attuale delle informazioni, qualsiasi rifiuto da parte vostra potrebbe comportare le più gravi accuse nei vostri confronti.

Credevo di essere trattenuto qui come testi- mone, disse il giovane, e sono sorpreso di scoprire che sono interrogato come imputato.

Forse, disse Marcillac all'improvviso, le di- chiarazioni già ricevute tendono a fare di lei un accusato.

Il giudice istruttore diede un’altra occhiata ai fogli che stava esaminando, mentre il segretario annotava le prime risposte di Giuliano alle do- mande di Voitrin, poi riprese:

Ieri sera, alle undici, il custode Toussaint vi ha incontrato lungo il corridoio del primo piano, nello spazio che si estende tra la vostra camera e quella della vittima.

Giuliano è rimasto in silenzio.

Non lo nega? chiese Marcillac.

No, rispose Giuliano.

Quando avete visto apparire questo ra-

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gazzo, avete improvvisamente spento la candela che tenevate in mano. Toussaint domandò: “Chi va là?” Era molto lento a rispondere?

Giuliano non batté ciglio.

Un attimo prima di salire, continuò Mar- cillac, lo stesso Toussaint aveva sentito il rumore di una finestra che veniva abbassata. Non avete sentito quel rumore?

Sono stato io a chiudere la finestra.

Perché l’ha fatto?

Mio Dio... perché era aperta.

AHR!, disse Marcillac, è strano che abbiamo appena trovato nel vicolo che costeggia una delle pareti dell'albergo una borsa di pelle gialla, che potrebbe benissimo essere stata gettata dalla fine- stra che lei stesso dice di avere chiuso. Questa borsa mi è stata appena consegnata mentre en- travo. Marcillac mostrò l'oggetto a cui si riferiva.

La riconosce? domandò.

Giuliano girò la testa con un’impercettibile

scrollata di spalle.

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Panfilo, continuò Marcillac, sostiene di aver visto la stessa borsa nelle mani della vittima più di una volta; purtroppo, questa borsa è vuota. Fissò intensamente Giuliano e aggiunse:

Si trattava, in effetti, di un oggetto compro- mettente che doveva rapidamente sparire.

Il giovane non riuscì a trattenere un sorriso.

Lei ne parla, disse, come se il denaro di questo sfortunato fosse stato appena trovato nelle mie mani.

Bah! disse Marcillac, ci sono tanti modi per far sparire beni pericolosi.

Non sarebbe stato più semplice sparire io stesso?

Più semplice, sì. Sarebbe stato anche più semplice prendere l’orologio trovato nella stanza della vittima, ma sarebbe stato meno intelligente. L'orologio è un oggetto compromettente; fuggire significa denunciare se stessi.

Perdonate, disse Giuliano, cerchiamo di es-

sere logici. Se ammette che non ho lasciato

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l’albergo da ieri sera, come pretende che io sia riu- scito a farlo sparire?

Marcillac lo interruppe con un gesto e, guar- dandolo ancora una volta in faccia:

Siete sicuro che da ieri siete sempre stato qui da solo?

Giuliano di colpo divenne estremamente pallido.

Quando spegnevate la candela ieri sera, mentre Toussaint si avvicinava, un’altra persona era nel corridoio con voi. Toussaint è sicuro di aver visto, voltandosi, l'ombra di una donna che si stagliava nel vano più luminoso della scala. Questa donna scendeva precipitosamente le scale.

Toussaint ha mentito, esclamò brusca- mente Giuliano.

E la moglie di Panfilo ha mentito?

Anche lei dichiara di aver visto dal suo ban- cone, due ore prima, una donna sconosciuta che

si infilava nel vicolo del pianterreno. Era avvolta

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nel mantello in maniera ermetica. Rispondete, chi era questa donna?

Ehi! disse Giuliano, non so che volete dire.

Quindi vi rifiutate di spiegare...

Sì, mi rifiuto di spiegare, ho già detto troppo. Per l’amor di Dio, non insista!

Vorrei farle notare, signore, che con questo atteggiamento lei aggrava in modo singolare la sua posizione.

Bene! disse Giuliano, lasciate che sia io a giudicare, se mi ritenete colpevole. Non mi abbas- serò a discutere un’accusa così ridicola. Ancora una volta, non so nulla di tutto ciò di cui mi par- late. Non ho visto nulla, non ho sentito nulla. La- scio le cose come stanno. Questa è la mia ultima parola.

Giuliano si sedette con le mani strette. Mar- cillac si avvicinò silenziosamente al tavolo dove era seduto il giovane cancelliere. Prese una penna d'oca e dei fogli; poi, indicando Giuliano, disse al

commissario di polizia:

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Vi darò un ordine di detenzione per il si- gnore. L’imputato è stato portato in presenza della vittima?

Non ancora, disse il commissario di polizia.

Allora, saliamo al primo piano.

Voitrin aprì la porta, invitando Giuliano a passare.

Per quanto coraggioso fosse il giovane, non riuscì a reprimere un gesto di commozione quando vide due gendarmi in piedi ai lati della porta. Accompagnato da loro e seguito da Voitrin e Marcillac, salì le scale un’ultima volta ed entrò nella stanza del bell’Antonio.

Tutto era ancora nelle medesime condizioni; solo il cadavere era stato sollevato e adagiato sul letto. Giuliano fu portato ai piedi della branda di legno rosso, la cui tenda era stata sollevata in modo che la luce potesse colpire direttamente il volto del morto.

Il bell’Antonio giaceva lì, teso, con la bocca

aperta e gli occhi rovesciati.

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Riconoscete la vittima? chiese Marcillac a Giuliano.

No, rispose quest’ultimo, voltando la testa dall’altra parte.

E, con un tono che sapeva di disgusto:

Non potevate risparmiarmi questo spettacolo?

Dunque, continuò Marcillac, senza dare l'impressione di aver sentito l’osservazione, vi osti- nate a dichiararvi innocente del crimine che vi è stato imputato?

Confermo, rispose Giuliano a bassa voce.

Bene, disse Marcillac, la giustizia lo valuterà.

E, facendo un cenno ai gendarmi:

Portate via quest'uomo!

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VI

Tutto lascia presagire una causa banalis- sima, disse Marcillac alla moglie durante il pranzo: un semplice omicidio seguito da un furto.

AR! disse Elena; e il colpevole?

Il colpevole ha avuto gioco facile. La vit- tima dormiva a due passi da lui, la chiave era nella porta, è entrato; ha cominciato a frugare nel secré- taire ma era vuoto, poi ha frugato tra gli effetti personali, ma nemmeno c'era il denaro; allora si è rivolto all'uomo che dormiva. Per precauzione, senza dubbio, quello aveva messo la borsa sotto il cuscino.

Il colpevole, per assicurarsene, ha tastato con la mano, poi ha cercato di portargli via la borsa, perché era un ladro prima di essere un assassino; avrebbe volentieri evitato di uccidere; ma l’uomo

si è svegliato, voleva difendere il proprio avere; al-

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lora lo ha pugnalato... con un colpo secco, al cuore!

A sentirvela raccontare, disse Elena, si di- rebbe che foste presente!

Ab, ecco, disse Marcillac, per fortuna ab- biamo le tracce che il colpevole ha lasciato dietro di per guidarci nella ricerca della verità. È attra- verso questi preziosi indizi che il dramma ci viene raccontato per intero. Se suppongo, ad esempio, che l’assassino abbia frugato nel secretazre prima e non dopo il delitto, è perché, se l’avesse fatto dopo, la piccola macchia di sangue sul suo dito avrebbe segnato lo spigolo della porta, come è successo, ma non quello del secretazre.

» Se dico che l'assassino ha cercato i vestiti, è perché questi vestiti non possono essere stati get- tati per caso ai piedi della sedia dove sono stati trovati. Erano in un mucchio, nell’ordine opposto a quello in cui la vittima aveva dovuto toglierli, prova sufficiente che erano stati controllati uno

per uno.

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» Ho detto che l’uomo dormiva: se non avesse dormito, infatti, si sarebbe alzato al rumore; es- sendo molto forte, avrebbe tenuto testa al suo as- sassino e la lotta avrebbe lasciato il segno; il cada- vere si sarebbe quindi trovato a una certa distanza dal letto. Ma no, l’uomo dormiva e, quando il col- pevole ha cercato di afferrare la borsa, stava ancora dormendo.

» Sotto il cuscino, uno strappo triangolare del lenzuolo, che in un primo momento avevamo at- tribuito alla punta insicura del coltello, è stata evi- dentemente procurato dal cappio della cintura che serve per appendere la borsa. Infatti, se l’assas- sino avesse preso il denaro solo dopo la morte della vittima, l'avrebbe preso senza fretta, e quindi senza danni; ma, al contrario, ha cercato di impos- sessarsene mentre dormiva; poi chi dormiva si è svegliato e il ladro deve aver fatto un movimento rapido, da cui l’intoppo che vi ho segnalato.

Ci fu un attimo di silenzio. La signora Mar-

cillac fissava il marito.

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E il colpevole? chiese lentamente.

Come, il colpevole?

Sì; lo conoscete?

almeno un forte sospetto contro un in- dividuo che è venuto in albergo ieri e rifiuta ogni spiegazione.

Quello che vi è stato riferito stamattina?

Proprio lui.

Un uomo ancora giovane, dice? Trent'anni.

Bruno? chiese dopo un attimo di esitazione.

Sembrava che avesse paura della risposta.

Bene, gridò il marito, sei già interessata a questo strano caso!

Ebbene, disse Elena a bassa voce, perché no?

Marcillac sorrise.

Non abuserò della mia posizione dando li- bero sfogo alla vostra curiosità. L'accusato è bruno, in effetti; ha i capelli corti, i baffi corti e

un’aria determinata.

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Ogni parola di Marcillac colpì Elena come una pugnalata nel cuore. Ma lei non sussultò. Sem- brava che, per il momento, questo carattere irasci- bile avesse dato una scossa ai suoi nervi.

Viene dall'America, continuò Marcillac. Vengono tutti da lì. Capisci, l'America è lontana. La sfortuna è che non può dire cosa è venuto a fare qui. Non si attraversa l'Atlantico per venire a dormire al Cappello Rosso e poi tornare indietro. È quantomeno inverosimile. A proposito, forse non vi dispiacerebbe avere il nome di questo interes- sante personaggio.

Una nuvola passò improvvisamente sugli occhi di Elena.

Ha detto di chiamarsi Giuseppe Guérin.

La giovane donna prese fiato.

Grazie a Dio! pensò, non ha detto il suo nome!

Rimase un momento in silenzio e poi disse:

Allora, è stato arrestato?

Senza dubbio.

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Allora che cosa lo accusa?

Tutti gli indizi, prima, e soprattutto il suo silenzio. Supponiamo che un uomo onesto venga ingiustamente arrestato, si rifiuterà di dare le spie- gazioni che la giustizia esige da lui? Mai, perché queste spiegazioni possono solo testimoniare la sua buona fede. Egli dirà: “Sono venuto qui per un tale e tal altro scopo, ho fatto quello, tali e tali mi hanno visto; questo mi conosce, testimonierà per me”. E quanto più onestà c'è in quest'uomo, tanto più dovrà prendersi a cuore di scagionarsi dall'azione criminale che gli viene rimproverata. Il contrario, lo ammetterete, sarebbe inspiegabile.

Non è stato trovato nessun documento su di lui?

No, neanche uno. Non si può dire che sia arrivato con le tasche vuote, ma il tipo è prudente. Cera cenere fresca nel camino. I documenti com- promettenti deve averli bruciati.

Il mio biglietto! pensò Elena.

E vide nella sua immaginazione, nella stanza

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della locanda, il bagliore fugace dei fogli cui aveva dato fuoco.

Siamo stati più fortunati per quanto ri- guarda l'arma, continuò Marcillac, un coltello- pugnale di piccole dimensioni è stato trovato ad- dosso all’accusato

AH!

L'arma sembra intatta; ma va detto che la ferita ha appena sanguinato e che, d’altra parte, la federa del cuscino reca una traccia rossa simile a quella che potrebbe essere stata lasciata da una lama che è stata ripulita.

Infine, chiese la signora Marcillac, non senza una certa angoscia, non aveva il denaro rubato?

AR! per questo, no! Ma allora non ci sareb- bero dubbi e il caso sarebbe troppo banale. Il col- pevole non è così inesperto, grazie a Dio, da non avermi lasciato qualcosa da scoprire. Che fine hanno fatto i soldi? la domanda si pone natural-

mente. Lo sapremo presto, spero, perché sono già

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sulle tracce. Non c'è altro da fare che seguire... Ma lasciamo perdere, io vi sto tormentando con queste brutte storie e voi non mangiate più.

Elena sembrava non aver sentito le ultime pa- role del marito. Lo guardò fisso e, calma in appa- renza, ma ansiosa nel cuore, disse:

Che piste seguite?

Siamo più o meno certi, rispose Marcillac con calma, che l’accusato non ha trascorso tutto il tempo in albergo da solo. La sera è stato rag- giunto da una persona che è stata in grado di far sparire in tempo i proventi della rapina.

AR! disse Elena, barcollando, un complice?

Una donna!

A questa parola si sentì soffocare. Le sembrò che una mano invisibile le serrasse strettamente la gola. Avrebbe voluto pronunciare una parola, ma non ne sarebbe stata capace. D'altronde, non si sognava neppure più di fare domande, era atter- rita; avrebbe voluto fuggire, nascondere il viso,

torcersi le mani, gridare: che ne so! E invece do-

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veva fare l’indifferente, rimanere fredda e come in- sensibile al suo posto, con il marito davanti.

Ah, dovremo trovarla, continuò Marcillac, al quale, per fortuna, sfuggì la confusione di Elena.

La moglie di Panfilo l’ha appena intravista dalla finestra mentre passava, ma giura su Dio di poterla riconoscere dall'aspetto, se non dal volto. Anche uno dei ragazzi l’ha vista. Tutte queste persone ci aiuteranno. Per quanto riguarda laccu- sato, sapremo come farlo parlare.

La signora Marcillac, ascoltando il marito, cercò di rassicurarsi.

Coraggio! Non è ancora tutto perduto, si disse.

All'improvviso con un colpo violentò suonò il campanello. Si sentì vociferare per un momento nell’anticamera; dopo entrò la cameriera e, rivol- gendosi a Marcillac:

È l'oste del Cappello Rosso che chiede con

insistenza di parlare con il signore.

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Panfilo? gridò Marcillac; fatelo entrare!

L’albergatore, con il cappello in mano, apparve sulla soglia della sala da pranzo.

Ebbene, chiese Marcillac, che c'è di nuovo?

Signor giudice istruttore mi scuserà, disse Panfilo, facendo un passo avanti con imbarazzo; se avessi disturbato il signore...

Ma voi non mi disturbate affatto. Sedetevi pure.

Panfilo prese la sedia che la cameriera gli por- geva e, dopo aver asciugato le gocce di sudore sulla fronte con il fazzoletto, disse:

Signore, ecco il fatto in due parole: mi è tor- nato in mente un dettaglio che avevo dimenticato quando ho fatto la mia deposizione. Voi sapete com'è... l'affanno del primo momento. Quando si vede di colpo, in un albergo rinomato...

Andate al sodo! disse Marcillac, al sodo!

Ecco, disse Panfilo. Forse non è molto im- portante, ma potrebbe anche tornare utile. In-

somma, è un’osservazione che ho fatto, e siccome

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mi frullava in testa da un’ora, mi sono deciso e sono venuto di corsa da lei.

Grazie per la sua disponibilità, Panfilo. Non nessun piccolo dettaglio da trascurare in una simile avventura. Ma, ancora una volta, il fatto!

Forse conosce Floquart, disse Panfilo, Gianni Floquart?

Il giardiniere?

Precisamente.

Un uomo pigro, un ubriacone.

Panfilo si inchinò.

Vedo che il signore lo conosce.

Per Giove! Lo faccio lavorare. Sembra un Ercole ma ha scarse energie... Quindi, Floquart?

Floquart era sdraiato ieri sulla panchina di pietra accanto alla mia porta. Poiché questa pan- china riceve il sole, viene qui abbastanza spesso... quand’ecco il viaggiatore in questione...

Il giovane arrestato?

Sì, quando il giovane esce dall’albergo con

un foglietto che ha appena scritto, come se fosse

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una lettera da portare in città. Senza dubbio, quando ha visto Floquart si è detto: “Ecco il mio uomo!” perché scambiò con lui qualche parola; dopodiché gli consegnò prima il foglio e in se- guito alcune monetine.

A questa rivelazione, l'occhio di Marcillac si era improvvisamente illuminato. Elena ascoltava, pallida come un lenzuolo.

La conversazione era stata lunga? domandò Marcillac.

Il tempo di dare le istruzioni necessarie.

E non ne avete saputo nulla?

Non ho sentito nulla. Non me ne sono nemmeno accorto in quel momento. Sospettavo così poco...

Va bene, disse Marcillac, vi ringrazio.

Non credete, azzardò timidamente Panfilo, che la lettera consegnata a Floquart possa essere un avvertimento per qualche complice?

Fvidentemente! Parole d’oro, caro Panfilo.

Qualunque sia la lettera, deve essere stata deposi-

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tata da Floquart in un luogo preciso che non ha avuto il tempo di dimenticare, nelle mani di una persona di cui chiaramente conservava la me- moria. Attraverso di lui possiamo quindi tenere il filo conduttore di questa vicenda, forse trovare la traccia di questa misteriosa donna che due per- sone nella vostra casa affermano di avere visto. In ogni caso, l'informazione è preziosa, e tanto più preziosa in quanto l’accusato è fermo nel più asso- luto silenzio. Avremmo almeno un quadro chiaro delle sue relazioni. Andiamo, andiamo, è tutto a posto, continuò, sfregandosi le mani. Devo inter- rogare subito Floquart. Firmerò un mandato di comparizione immediata. Il suo indirizzo?

Vicolo dei Mulini, credo.

Ho quasi voglia di andarci anch'io.

La signora Marcillac alzò bruscamente la testa.

Non ci state pensando!

Perché no?

Ma... aggiunse balbettando, perché Flo-

quart non è mai a casa... E poi, non è forse ogni

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martedì che va a lavorare a Rouvières? Sì, il mar- tedì è il suo giorno.

Fece un respiro profondo e continuò:

Dopotutto, questo non è un motivo per trascurare di avvertirlo. Inviategli subito un man- dato. Così non perdiamo tempo... Non appena sarà libero, verrà.

E mentalmente aggiunse:

Verrà, sì; e allora io sarò lì, potrò avvertirlo, anche solo con una parola... con un gesto... Oh! quest'uomo deve tacere, deve!

Poi, lanciando uno sguardo ansioso al marito, che stava firmando un foglio:

Se non vedo per prima Floquart, pensò,

sono perduta!

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VII

Parlare per prima a Floquart, questa fu per qualche ora la preoccupazione di Elena. Oppri- mente angoscia! Le sue paure, vaghe fino a quel momento, si erano concretizzate; si erano come fuse in un’unica preoccupazione; preoccupazione terribile, spietata: sentire la sua condanna emessa dalla bocca di quest'uomo!

Elena non aveva quindi altro pensiero: com- prare, a qualunque prezzo, il silenzio di Floquart.

Di fronte alla propria condizione, aveva di- menticato quella dell’uomo che amava. Salvare il suo nome da questa sinistra avventura, poter re- stare davanti al marito a testa alta, era l’unico obiettivo a cui tutto il suo spirito tendeva; il resto era svanito per lei!

Ah! avreste compatita questa donna veden- dola, quando spinse dietro di la porta della sua

stanza! I suoi lineamenti, che una volontà incredi-

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bile aveva sostenuto fino ad allora, tradivano ormai il dolore; le sue labbra si contrassero e nei suoi occhi apparve lo stupore.

Pazza, sbalordita, passandosi la mano sulle tempie sudate, invocava la sua fuggevole sanità mentale, raccogliendo con grande difficoltà le idee disorientate.

Dobbiamo andare a incontrare Floquart o aspettarlo? Se lo chiedeva. Il suo primo proposito era stato di buttarsi uno scialle sulle spalle, allac- ciarsi velocemente un cappello e andare in Vicolo dei Mulini; ma cosa penserebbe di vederla in un posto del genere, se per caso la incontrasse? Questa circostanza non sorprenderebbe davvero suo marito, se venisse a saperlo? E poi, se per di- sgrazia Floquart s’incrociasse con lei! Oh! no, non doveva sognarsi di andare da Floquart.

Quindi lei lo aspettava.

Che attesa!

Ad ogni passo che riecheggiava nella strada so-

litamente tranquilla, lei era alla finestra. Quando

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il silenzio stesso era troppo lungo, correva di nuovo lì, interrogando con ansia entrambi i lati della strada.

Tuttavia, a un certo punto, qualcuno suonò il campanello prima che avesse il tempo di guardare. Si precipitò giù per le scale e arrivò proprio mentre la cameriera apriva. Non era Floquart. Pensò di dovere far capire alla domestica il motivo della sua premura, rimproverandola per non es- sere venuta ad aprire prima la porta. Inoltre, si pentì immediatamente del suo ingiusto rimpro- vero ed ebbe il timore di non aver lasciato traspa- rire la sua preoccupazione.

Per un attimo ebbe l’idea di sistemarsi con qualche lavoro di cucito nella sala da pranzo al pianterreno che dava sulla strada; ma temeva an- cora che potesse sembrare strano, perché non era sua abitudine. Tutto è terrore per l’anima in pena. Tornò nella sua stanza e si abbandonò più che mai ai suoi struggenti pensieri. Cosa avrebbe

detto a Floquart? Come addolcire, come ammor-

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bidire questo selvaggio? Elena se lo chiedeva ancora.

Non ignorava che Floquart non la vedeva di buon occhio. Alcuni rimproveri piuttosto secchi e una minaccia di licenziamento avevano gettato più di un’amarezza nei rapporti del giardiniere con la sua padrona.

Lo vide brontolare come aveva fatto l’ultima volta e fissare su di lei uno sguardo cattivo. Cosa non avrebbe dato per non aver mai detto altro che parole dolci e gentili a quell'uomo! Che cosa non avrebbe fatto se non congratularsi con lui per la sua temperanza e fargli accettare un aumento di stipendio come prezzo della sua pigrizia! Ahimè, non era più tempo.

Come avrebbe interpretato Floquart l’atteggia- mento amabile della signora Marcillac?

Senza confidarsi assolutamente con lui, era certo necessario dire abbastanza per fargli capire la situazione. Non ne avrebbe abusato?

Lo spirito del male spesso una singolare

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chiaroveggenza. Chi sa se, fin dal giorno prima, questo disgraziato non avesse già sospettato il ruolo che il caso gli aveva assegnato? Chissà se non avesse già intuito la sua vendetta?

E un giorno intero passò in questi micidiali tormenti!

Quel giorno Marcillac non cenò a casa. Ce- dendo alle pressanti richieste, aveva promesso di onorare della sua presenza un pranzo semi-uffi- ciale. Elena doveva a questa circostanza il fatto di essere, almeno per quella sera, libera da ogni co- strizione; ma le sue angosce, lungi dal diminuire, non fecero che aumentare. Se per caso suo marito avesse incontrato Floquart! Impazziva al solo pensiero.

Infine, la sera passò, molto lentamente, e anche la notte.

Al mattino aspettò con ansia che il marito si al- zasse. Il rumore di una porta aperta le disse che stava entrando nel suo studio. Stava per raggiun-

gerlo quando il campanello suonò.

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Una persona che non conosceva le stava por- tando una lettera per Marcillac. Che cos'era questa lettera? Tutto la preoccupava, tutto le sembrava pieno di tempeste adesso.

Bussò con discrezione alla porta del marito.

Entrate, disse Marcillac.

E, sorpreso di vederla:

Voi, signora, siete già in piedi! A cosa devo il piacere della vostra visita?

Vi hanno appena portato una lettera, disse Elena. Ne aspetto una da Clarissa. C'è un errore?

No, disse Marcillac, che aveva appena aperto la busta e dispiegato il quadrato di carta che conteneva, è del dottor Maury. Ed ecco, ap- punto, l'affare del Cappello Rosso, al quale ieri sembravate interessarvi. Il dottore ha eseguito l'autopsia alla vittima e mi ha mandato il suo rap- porto. Volete vederlo?

Elena fece un cenno di assenso con la testa.

Certamente, disse, sedendosi di fronte al

marito.

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Marcillac lesse:

«Noi sottoscritti, Gianfrancesco Maury, dot- tore in medicina, ecc. siamo venuti, ecc., per esa- minare le ferite riportate dal signor Férou (An- tonio), nativo di Fresnois, e di indagare con l'autopsia su quali lesioni interne possano aver de- terminato la morte, di verificare a che ora possa essere stato commesso l'omicidio, di conoscere il tipo di arma utilizzata e ogni altra circostanza che possa illuminare il procedimento giudiziario.

» La vittima presenta sul lato sinistro del to- race, tra la seconda e la terza costola, a circa un centimetro dallo sterno, una ferita penetrante larga due centimetri e mezzo, i cui margini, quasi uniti sul lato dello sterno, sono distanti due centi- metri sul lato opposto; il che fa credere che la fe- rita sia stata prodotta da un’arma bianca, un col- tello piuttosto grande con il dorso rotondo. Si os- serva poco sangue intorno alla ferita...».

Un grosso coltello con il dorso arroton-

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dato? Come può essere? Quindi non è questa Parma che abbiamo in mano?

Elena ebbe un impercettibile movimento di soddisfazione.

«Verso la regione del cuore, continuò il giu- dice istruttore proseguendo la lettura. Le im- pronte digitali, quattro sul lato destro del collo, una forte a sinistra, indicano che una mano vigo- rosa ha tentato di strangolare la vittima nello stesso momento in cui il colpo è stato sferrato dal davanti e dall’alto verso il basso. Il corpo non pre- senta segni di violenza.

» L'arma che ha prodotto la ferita esterna è pe- netrata nel torace. Ha lacerato il pericardio, ha aperto il ventricolo destro all’apice, poi l’atrio sini- stro e ha tagliato trasversalmente l’arteria polmo- nare. Lo stomaco, ancora disteso...».

Vi risparmio questi dettagli, disse Marcillac girando la pagina. Passiamo ai risultati.

«Dai fatti e dalle osservazioni di cui sopra, rite-

niamo di poter concludere:

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» Che il signor Antonio Férou, sorpreso du- rante il sonno, è stato, se non strangolato, almeno serrato alla gola con una forza tale che i primi sforzi che ha dovuto fare per resistere all'attacco che stava subendo sono stati vanificati;

» Che la ferita penetrante che ha determi- nato la lesione già descritta era sufficiente a procu- rare immediatamente la morte, come accade per la rottura di un aneurisma della vena cava superiore o inferiore... »..

Tutto ciò è pienamente coerente con le no- stre supposizioni, osserva Marcillac, ma vediamo cosa succede dopo.

« Che la digestione era oltre la metà del suo corso, cioè a dire verso la terza ora, il che sembra stabilire che il signor Antonio Férou è stato col- pito circa tre ore dopo il pasto».

Tre ore dopo il pasto, disse alacremente Marcillac, posando il referto sul tavolo; ma questo ci solo le undici, perché in effetti è verso le

otto, secondo la dichiarazione di tutte le persone

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dell'albergo, che il bell’Antonio ha cenato. Ora, è stato proprio quando stavano per scoccare le un- dici che il giovane Toussaint ha dichiarato di aver incontrato l’individuo che stiamo trattenendo nel corridoio del primo piano. C'era un collegamento tutt'altro che favorevole all’imputato. Come si spiega il fatto che, aggirandosi nella stanza della vittima proprio nel momento in cui veniva com- messo il crimine, non avesse la minima idea di cosa stesse accadendo? Se non vedeva nessuno, era impossibile che non percepisse alcun rumore. In assenza di grida, il movimento della lotta, la ca- duta del corpo soprattutto, avrebbero dovuto destarlo...

Ma, azzardò la signora Marcillac, ha detto di non aver sentito nulla?

Perbacco! non dice questo altro. Si ri- fiuta assolutamente di parlare; un ottimo modo per non lasciarsi sfuggire nulla di compromet- tente; solo che, se non si confessa, il comporta-

mento stesso ci condanna. Inoltre, continuò

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dopo una pausa, tutti i fatti concordano finora nel mantenere l’accusa.

Quindi il rapporto di Maury finalmente vi convince della colpevolezza di quest'uomo?

Oh, completamente, disse con sicurezza il giudice istruttore. Resta ora da scoprire il complice...

Con queste parole la porta si aprì e un servi- tore annunciò:

Il signor Floquart.

Marcillac affondò con aria soddisfatta nella sua poltrona di pelle.

Ecco, prosegue, è colui che, spero, ci met- terà sulle sue tracce.

Al nome di Floquart trasalì la signora Mar- cillac. Guardò con occhi smarriti la porta spalan- cata, chiedendosi se restare o scappare.

Floquart entrò.

Abbiamo già visto apparire questo perso- naggio all’inizio della nostra storia. Quanto al

morale, abbiamo finora dato un’idea sufficiente;

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per l'aspetto fisico, era alto biondo slavato, con un atteggiamento disinvolto, corporatura snella. Nient'altro che insignificanza nel suo viso im- berbe, a parte due piccoli occhi incerti che lam- peggiavano di continuo sotto le ciglia bianche. La schiena era leggermente arcuata, la testa un po curva, le spalle mollemente cadenti.

Entrando, si tirò su a metà e, mentre finiva di allacciarsi le maniche della blusa blu, fece qualche passo verso Marcillac.

Sono io, signor giudice, disse.

Poi, rivolgendosi ad Elena:

I miei rispettosi omaggi alla signora.

In piedi davanti alla poltrona del marito, la si- gnora Marcillac guardava Floquart con una indi- cibile angoscia.

Il signore mi scuserà, disse Floquart, se non sono venuto prima. Ieri lavoravo fuori città. Ho saputo solo la sera, al mio ritorno, che il signore

voleva parlarmi. Ho pensato che potesse essere

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tardi per presentarmi. Oggi sono venuto la mat- tina per essere sicuro di trovare il signore.

Forse sapete di cosa si tratta.

Panfilo mi ha accennato una parola. Povero ragazzo, è senza speranza. Lo capisco. Vede, si- gnore, che affare! E quando penso che, l’altra sera, ero come gli altri e che non sospettavo nulla!

AK! eri da Panfilo l’altro ieri?

EA! Sono rimasto tutta la sera come al so- lito... Signora, sa, fino all’ora in cui ti cacciano via. L'ho detto poco fa a Panfilo: «Hei, è... è strano che non abbiamo sentito niente!»

Se non avete sentito niente, avete almeno notato qualcosa?

Sembrava che Floquart stesse cercando tra i suoi ricordi; poi, con una leggera alzata di spalle:

Niente! Quella sera, disse Marcillac passan- dosi le dita sulla fronte con aria significativa, forse eravate un po’...

Un po’ brillo? disse Floquart; Oh! non

credo.

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Andiamo avanti. Immagino allora che la tua memoria... Ti ricordi meglio, spero, cosa è successo durante il giorno. Una persona venuta a soggiornare in albergo vi ha dato un breve messaggio.

AN! sì, disse d’un tratto Floquart, me lo ri- cordo molto bene.

Gli occhi di Elena incontrarono quelli di Flo- quart. La giovane sembrava disperata.

All’inizio il giardiniere sembrò volerla schivare; poi si voltò di colpo verso la sua padrona e la guardò con un'aria strana.

Sciagurato! pensò la signora Marcillac, non mi capisce!

Era davanti all'albergo, vero? disse il giudice istruttore.

Sì, mi vedo ancora come se fosse adesso. Ero disteso su una panca che è, per così dire, contro la porta. Dall’albergo esce un signore, un gio- vane... Sembrerebbe che sia stato lui, visto che è

stato arrestato.

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Elena tossì leggermente. Floquart gira la testa. Era pallida, con i suoi grandi occhi spalancati. Continuò piano, sempre guardandola dall’alto:

Il signore è venuto da me. “Ti incaricheresti di una commissione?” mi dice.

Sì, rispondo, se non dura a lungo e se è ben pagata.

Sei servito a volontà.

Beh, va bene.

Quindi si tratta di questo, mi ha detto. Devi andare alla Piazza del Mercato. Sul marcia- piede a sinistra,... a sinistra venendo da qui..., ve- drai un ragazzo che cammina. Indossa una cami- cetta blu come me, con la barba sottogola. Lo ri- conoscerai facilmente tra gli altri per il suo cap- pello rotondo di feltro, nero con un anello in osso al nastro. Gli darai questa lettera, dicendogli che è da parte di chi sa lui.

E, dicendomi questo, mi mise in mano la let-

tera e tre graziose monetine. Io ho fatto la com-

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missione, ovviamente; ho trovato l’uomo, gli ho dato la lettera e via!

ANA! disse Marcillac visibilmente infastidito, era un uomo?

Sì, disse Floquart, un uomo alto e bruno.

Non l’avete mai visto prima?

No.

Sembrava del posto?

Signora, non lo so; ma direi piuttosto di no.

Bisogna trovare quest'uomo immediata- mente.

Prende una penna.

Voi dite “alto, bruno”?

Sì, barba sottogola, camicetta blu, feltro nero, con la fibbia in osso.

E ancora?

È tutto.

Vediamo, cercate di ricordare bene, non vi ha risposto?

No; ha solo fatto un cenno con la testa in

quel modo, come per dire “grazie”.

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Edera solo?

Quando gli ho parlato, tutto solo.

Da un attimo, Elena non era più la stessa. Ascoltò, stordita ma raggiante, la bella immagina- zione di Floquart.

AR! disse Marcillac con un gesto di irrita- zione, la donna ci sfugge.

E a Floquart:

Potete andare, amico mio; se avessi ancora bisogno di voi, ve lo farei sapere.

Signore... Signora... disse Floquart, inchinandosi.

Gradirete un bicchiere di vino per rinfre- scarvi, vero, mio buon amico? disse Elena.

AR! disse con galanteria Floquart passando nella stanza accanto, si è abbastanza educati da non dire mai di no alle signore.

Seguì dunque la signora Marcillac nella sala da pranzo.

Erano da soli.

Guardò Elena prendere un bicchiere dalla cre-

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denza, stappare una bottiglia e versargli da bere con mano tremante.

Allora afferrò il bicchiere pieno e, sogguardan- dola sempre, se lo portò alle labbra.

Elena si era assicurata con uno sguardo che nessuno potesse vederli. Si avvicinò a Floquart da dietro e, con voce rotta dall’emozione, disse:

Grazie, Floquart! Grazie!

Il giardiniere si voltò rapidamente;

Perché ?

Elena girò la testa. Vuotò il bicchiere d’un sorso, lo posò sulla credenza e fissandola negli occhi:

Ah, sì, ho capito, si tratta di quel bellim- busto dell’altro ieri, vero? Sembrerebbe che vi sa- reste sentita un po’ in imbarazzo se avessi detto al signore vostro marito a chi avevo portato la sua lettera.

Silenzio! disse Elena tremando nel guardare la porta.

Pooh! riprese con voce più sommessa, nes-

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suno può sentirci. Non mi interessa, sono co- munque un bravo ragazzo.

La stava ancora guardando.

Gli toccò la mano, sussurrandogli parole di eterna gratitudine.

Floquart prese tra le sue dita ossute questa fra- gile manina; la tenne un momento, e chinan- dosi verso Elena:

Dì, piccola mia, non dovrai fare più la

smorfiosetta adesso!

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VII

Impossibile scoprire qualcosa sull’indi- viduo denunciato ieri da Floquart, disse Marcillac alla moglie il giorno dopo. Ho messo ogni cosa all'aria senza successo; siamo ridotti, per tutte le informazioni, a quelle che ci ha dato questo giardiniere.

Aggiunse, dopo un attimo di silenzio:

Andrò di nuovo alla locanda per vedere se riusciamo a scoprire qualche indizio.

Su quest'uomo?

No, sulla donna, perché dicono di averla vista in albergo. Diverse persone lo hanno testi- moniato. E poi voglio cercare... Cosa? Non lo so ancora. Credo che mi affiderò al caso, che è il più onesto degli informatori e la guida più sicura. Spesso basta così poco per metterci sulla strada giusta, un pezzo di carta, un fazzoletto, un nastro.

Sono già tornato sulla scena del crimine, l’avrò

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ispezionata male; c'è sicuramente qualcosa che dovevo vedere e non ho visto. Ci ritorno.

Queste parole del marito lasciarono la signora Marcillac molto preoccupata.

Le angosce che la bugia di Floquart avevano placato per un momento, la oppressero ancora di più. “Un pezzo di carta, un fazzoletto, un nastro”, aveva detto Marcillac. Così non ci volle nulla per tradire il suo passaggio al Cappello Rosso. Se solo lo sfortunato biglietto che aveva gettato nel ca- mino si fosse bruciato! Questo fu il suo primo e più struggente pensiero. D'altra parte, chi poteva assicurarle che, nel folle colloquio dell’altra sera, non avesse smarrito qualcosa che potesse testimo- niare contro di lei?

Salì in camera sua, tutta confusa.

La prima cosa che attirò la sua attenzione quando entrò fu il suo vestito che giaceva su una sedia, il vestito che aveva indossato quella sera.

ITremava nel vederlo così esposto agli occhi di

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tutte le persone che potevano entrare e andò su- bito ad appenderlo in fondo all’armadio.

Poi pensò alle altre cose che indossava quella sera e, ricordando che l'oste del Cappello Rosso aveva giurato a Marcillac che avrebbe ricono- sciuto la donna che le era passata davanti agli occhi, Elena ebbe paura. Prese il mantello, il cap- pello, il velo e, guardandosi intorno spaventata, disse:

Dove potrei nasconderli?

E già le sembrava che dita immaginarie la pun- tassero e che voci sconosciute gridassero da ogni parte: “È lei, la riconosco, è lei!”

Elena arrotolò il mantello nel fondo di un baule; poi prese il cappello con mano febbrile, ta- gliò i nastri, strappò i lacci, strappò i fiori, che di- stribuì in scatole separate, poi attorcigliò il telaio e lo gettò tra i detriti con i pezzi strappati del suo velo.

E il fazzoletto e i guanti, che ne avrebbe fatto?

Elena si ricordò all’improvviso che, mentre Giu-

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liano la stava accompagnando a casa, aveva perso uno dei suoi guanti. Che fine avevano fatto?

La giovane aprì la scatola dove era solita te- nerli. Non c'erano. Sudò freddo. Pensò al suo ve- stito. Lo tolse rapidamente dall’armadio e frugò nelle tasche. Per fortuna il fazzoletto era e anche i guanti.

Quando tirò fuori il fazzoletto, un piccolo quadrato di carta era caduto a terra. Lo spinse di- strattamente con il piede e, piena di soddisfazione per aver trovato gli oggetti che portava con sé, si mise a farli sparire uno dopo l’altro.

Solo un attimo dopo, mentre gli occhi le cade- vano per caso sul pavimento, vide di nuovo la carta e si ricordò che le era sfuggita dalla tasca. La raccolse.

Era un pezzo di giornale piegato e ripiegato su stesso fino a formare solo un piccolo quadrato duro e spesso. In uno dei suoi angoli il quadrato era stropicciato e anche un po’ lucido, come se

avesse fatto da cuneo sotto un oggetto pesante.

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Elena dispiegò la stampa. Era sporca e stropic- ciata come una carta tenuta in tasca per qualche tempo. Lo piegò lentamente, chiedendosi da dove fosse venuto.

Mentre lo cercava, le tornò in mente l’idea del guanto caduto. Rivide Giuliano che si chinava con la candela in mano e raccoglieva... cosa? il guanto, sì, il guanto... e ancora? un quadrato di carta; sì, proprio quel quadrato che giaceva ai piedi della finestra. Ricordava di averlo messo meccanicamente in tasca.

Era un dettaglio molto insignificante, senza dubbio, ma era legato alla sua visita al Cappello Rosso e per questo non poteva fare a meno di pre- starvi attenzione.

Rimase a lungo con gli occhi fissi su quel pezzo di carta. Ma cosa le diceva? Nulla.

Lo aprì ancora e lo girò.

Sul margine bianco del foglio, alcune righe erano state scarabocchiate qua e a matita.

In un punto:

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dare 6 franchi.

Altrove, in un angolo strappato:

lunedì a tr...

giovedì dal signur.

Il resto di questo promemoria era scomparso.

Solo una cosa colpì la signora Marcillac: la pa- rola signur, scritta con la

Mentre accartocciava il foglio e lo gettava nel camino, pensò:

Strana grafia!

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IX

Marcillac era ancora a venti passi dall’albergo, quando Panfilo gli stava già correndo incontro con impazienza.

È un buon pensiero che vi porta, signore, disse mettendosi il berretto in mano; mi stavo ap- punto preparando per venirvi a cercare.

Avete qualche notizia?

Sì, signore... Andate a vedere di cosa si tratta. Dopo questo, potreste scoprire che ho sba- gliato. Beh, se ho sbagliato, non è per mancanza di precauzioni. La stanza lassù, quella in cui il po- vero Antonio è stato pugnalato, era ancora nello stesso stato. Santo cielo, era sgradevole. Anzitutto, era una stanza che mi mancava; e poi, dopo la di- sgrazia, le nostre donne non potevano più pas- sarci davanti senza gridare. Le donne, si sa, sono un po’ nervose. Ho pensato che non ci sarebbe

stato nulla di male a ripulirla.

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Ah, avete fatto riordinare la stanza? disse Marcillac, infastidito.

Siamo occupati in questo momento; il si- gnore mi scuserà se non sono venuto a trovarvi. Inoltre, mi sono messo in regola chiedendo al si- gnor Voitrin. Mi ha detto che non c’era alcun problema... Ma se volete che interrompiamo?

Oh' ormai...

Fa lo stesso, disse Panfilo con zelo, posso farli smettere.

E quando l'oste arrivò con il suo interlocutore alla porta d’ingresso, balzò sulla soglia e, chia- mando per le scale, disse:

Toussaint! Toussaint!

Signore? disse una voce femminile.

Ah, siete voi, Luisa, disse Panfilo; dite a Toussaint di liberare la numero 3.

E tornò da Marcillac.

Allora, disse il giudice istruttore, mi stavate dicendo qualcosa di nuovo?

Sì, signore.

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Fece entrare Marcillac nella stanza al piano terra e prese dal bancone un oggetto che gli mostrò.

Ecco di che si tratta.

Un coltello?

Quello con cui è stato commesso il crimine.

Marcillac lo prese.

Da dove proviene?

Da lassù... Non avete trovato sul cadavere che un piccolo coltello ben pulito

Sì, e che, secondo il parere di Maury, non sembrava corrispondere esattamente alla ferita. Sembra che il medico avesse ragione. L'unica cosa che mi ha ingannato è stata quella leggera mac- chia di sangue sulla testata del letto. Si sarebbe detto che vi fosse stata strofinata una lama.

In effetti, c'era stato uno sfregamento, ma di questa lama, non dell’altra. Il coltello si sarebbe pulito sul lenzuolo, per quanto abbiamo potuto vedere, cadendo dietro la spalliera tra il materasso

e la testata del letto, dove lo abbiamo trovato.

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Tutto questo è ben argomentato, Panfilo, disse Marcillac, che continuava a rigirarsi il col- tello tra le dita. Un lato della lama è appena mac- chiato. È quello che avrà sfregato lungo il foglio. Bella scoperta!

Guardò di nuovo l'arma.

una cosa, però, che non riesco a spie- garmi, continuò, ed è come quest'uomo possa es- sere stato così attento con un coltello dritto di questo tipo, che è più pericoloso di un coltello da tasca.

Aspettate un attimo, gridò Panfilo, non vi ho detto tutto, è un coltello della locanda.

Un coltello vostro?

$ì; sono due giorni che lo cerchiamo in ogni angolo, ma senza riuscire a metterci le mani sopra.

Come spieghereste che questo coltello sia finito nelle mani dell’imputato?

Oh, è molto semplice, rispose Panfilo. Era stato messo insieme alle posate quando gli era

stata servita la cena.

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Marcillac alzò la testa.

Ne siete sicuro?

Sicurissimo. Luisa se lo ricorda perfetta- mente. È stata lei a servirlo.

Come può essere sicura che si tratti proprio di quel coltello?

Niente di più semplice. I nostri coltelli da tavola sono tutti rotondi. Sono ottimi coltelli; hanno un solo difetto: non tagliano.

Luisa, fiutando un viaggiatore distinto (ha fiuto, quella ragazza!) si riprese il coltello rotondo che gli aveva dato la prima volta e lo sostituì con quello che avete in mano, che taglia. Questo è l’unico con il manico piatto in argento. Oh! Non ci si può sbagliare e Luisa è ben sicura di quello che dice.

Sempre più prezioso, Panfilo. Parola mia! Voi siete la perla dei giudici istruttori e io sono solo un bambino al vostro fianco.

Panfilo chinò il suo testone rubicondo, sorri-

dente e confuso.

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Ora, chiese, volete salire?

Mi piacerebbe, disse Marcillac, anche se ora...

Non c'era nulla da fare, in effetti, nella numero 3.I mobili erano tutti in disordine, il letto vuoto, i materassi sparsi in mezzo alla stanza.

Andiamo avanti, disse. Questa è fatta. E altra stanza?

Quella dell’imputato?

Sì.

Non l'abbiamo ancora toccata.

Bene, disse il giudice istruttore.

Panfilo gli aprì la porta della numero 5.

Il giudice si guardò intorno con curiosità.

La stanza era nello stato in cui Giuliano l'aveva lasciata.

A destra, il letto con la coperta tirata all'indietro, come se si fosse appena alzato; a ogni lato del letto, una sedia; a sinistra, una specie di

divano d’altri tempi, e accanto un tavolino con il

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piano in mogano; infine, degli appendiabiti gialli vicino alla porta.

Tutto l’ambiente era freddo e triste. Non c’era nulla sulle piastrelle, nulla sui mobili, nulla sulle pareti; se non fosse stato per il letto disfatto, diffi- cilmente si sarebbe potuto sospettare che qual- cuno fosse stato lì.

Non un armadio in questa stanza? Chiese Marcillac.

No.

Nemmeno un cassetto su questo tavolo?

Nessun cassetto.

Dopo aver cercato in tutti e quattro gli angoli senza successo, il marito di Elena si gettò sul divano.

Non sono certo fortunato come voi, Pan- filo: non riesco a trovare nulla.

Ai suoi piedi c'erano impronte confuse. Le guardò per un attimo, poi si buttò all’indietro, ri- volto verso la luce. Tra la finestra e lui si trovava il

tavolino di mogano che la luce aveva colpito. Era

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inclinato rispetto alla sua visuale, il che rendeva ancora più evidente lo spesso strato di polvere che lo ricopriva.

Vedo che non spolveri tutti i giorni, disse ri- volgendosi a Panfilo.

Panfilo, che aveva il tovagliolo in mano, finse di passarlo sul tavolo.

Ah, signore, disse, quando una stanza non è occupata da molto tempo...

Marcillac lo fermò.

Aspettate un attimo!

Si era alzato e stava osservando attentamente la parte superiore del mobile.

Lo strato di polvere era stato tolto e graffiato in più punti; ma ciò che più lo colpì fu la traccia di dita sottili che si erano posate sul bordo.

Una mano di donna! pensò Marcillac; questo Guerin difficilmente sosterrà di non aver ricevuto nessuno qui.

Si chinò sul tavolo con un interesse che au-

mentava ad ogni istante. In mezzo a vaghe tracce

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ce n'era una semicircolare, come se un cappello da donna fosse stato appoggiato sul tavolo. Vicino ad esso si vedeva distintamente la traccia di una balza di nastri. Il giudice istruttore stava ancora esi- tando, quando un dettaglio fu sufficiente a dissi- pare tutti i suoi dubbi.

In un punto in cui era stato posato un mer- letto, la stoffa esposta, sottoposta a una certa pres- sione, si era impressa sulla superficie del mobile con assoluta chiarezza.

Marcillac divenne pensieroso.

La donna che è venuta qui, disse a stesso, senza staccare gli occhi dal tavolo, si è certamente tolta il velo e il cappello. Così è rimasta qui per un po’ di tempo e non è arrivata al momento del de- litto. Non può essere una complice subalterna. Questa donna è l'amica di quest'uomo, forse la sua amante. Bene! Grazie a lei, ce lho in pugno.

Si guardò di nuovo intorno.

I mobili sono al solito posto? Chiese a

Panfilo, indicando le due sedie accanto al letto;

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non sembrano essere state spostate dalla persona che si trovava in questa stanza.

Non credo che lo siano state, dice Panfilo.

Esatto, pensò Marcillac, guardando le vaghe tracce ai piedi del divano, erano seduti lì, tutti e due, uno accanto all’altro.

AR! Panfilo, continuò a voce alta, sono con- tento della mia mattinata. L'accusato può negare a suo piacimento di avere ricevuto qui una donna: ora ne sono certo.

Fece un passo indietro, poi, voltandosi verso Panfilo:

Ora siete libero di spolverare.

Panfilo si inchinò con un sorriso e uscì per ac- compagnare il suo visitatore al piano di sotto.

Sulla porta trovarono la moglie di Panfilo che chiacchierava animosamente con il postino. Questi, con lo zelo di un portalettere che vuole svuotare la sua cassetta, era deciso a farle accettare una lettera che lei con ostinazione si rifiutava di

prendere.

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Le dico, ripeté per la decima volta, che qui non abbiamo nessuno con questo nome.

Quando vide il marito, riprese la lettera che aveva appena messo nella cassetta del postino e, porgendola a Panfilo, disse:

Vediamo, conosce qualcuno qui con questo nome?

No, nessuno, disse Panfilo, scandendo lindirizzo a mezza voce.

Marcillac si chinò con disinvoltura sulla sua spalla per leggere.

Fu colto da un brivido indicibile.

Lui, balbettò, lui, vivo!

La lettera che era nelle mani di Panfilo passò improvvisamente nelle sue. La divorò con gli occhi, ansimanti, feroci; e lo sconvolgimento dei suoi lineamenti fu tale da far impallidire i tre pre- senti che si guardavano l’un l’altro.

Era perché sulla busta Marcillac aveva appena

letto queste parole:

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Signor Giuliano Grandier, al Locanda del Cappello Rosso.

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X

Lui vivo! Questo pensiero colpì Marcillac in pieno petto.

Non appena lesse questi due nomi insieme: “Giuliano Grandier”, vide sorgere davanti a l'ombra del suo sconosciuto rivale. Il suo odio non vacillò un solo istante. Non disse a stesso: «È proprio quel Grandier? Non è forse un altro?!” No, disse subito a stesso: “È lui!”.

Perdio! Non era così semplice che sua moglie gli avesse mentito! Non stava forse salvando colui che lei amava! Tra il vendicatore e il cattivo si era aperto un abisso: la morte; e, al riparo da questa presunta morte, senza paura dava libero sfogo alle relazioni passate. E lui, stupido, si era lasciato prendere da questo richiamo infantile! Oh rabbia! Oh dolore! Oh vergogna!

Rimase lì, in preda a un folle torpore, a guar-

dare ancora quella lettera sciagurata; poi pensò

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all'improvviso che doveva riflettere. Gli tornò la ragione.

Andiamo, disse a stesso, sono pazzo!

Pochi secondi gli bastarono per restituire ai muscoli del viso la serenità che avevano perso per una scossa troppo brusca. Fu quasi freddamente che, rivolgendosi a Panfilo, gli chiese:

Quindi non conoscete affatto questo Giu- liano Grandier?

Sebbene avesse il controllo di stesso, a quel nome la sua voce tremò suo malgrado.

Assolutamente, esclamarono insieme i co- niugi Panfilo.

È strano, disse Marcillac.

Panfilo prese un registro dal retro del suo bancone.

AI momento abbiamo solo due viaggiatori: il signor Leverd, il falegname di Saint-Marcellin, e un compagno di viaggio, il signor... Britsch.

Mentre pronunciava queste parole, Panfilo

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aveva aperto il registro. Marcillac lo prese dalle sue mani e sfogliò in fretta le pagine.

Non vedo il nome di Giuseppe Guérin.

No, non cè, disse Panfilo, imbarazzato; il si- gnore mi scuserà, avevamo così tanto da fare quel giorno! Non sapevamo dove sbattere la testa. Non ho pensato di chiedere al viaggiatore il suo nome.

Marcillac fece un gesto di impazienza.

Dovreste rispettare in modo più preciso il regolamento di polizia. Vi metterete nei guai, si- gnor Panfilo.

L'albergatore si confuse con spiegazioni e scuse.

Chi può dirmi ora, continuò Marcillac, che un viaggiatore di nome Giuliano Grandier non si sia davvero fermato qui?

Oh, il giudice istruttore può stare tran- quillo. La persona arrestata è l’unica a cui ab-

biamo trascurato di presentare il registro. È una

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dimenticanza straordinaria, perché sapete quanto sia ben tenuta la mia locanda!

Marcillac pose il registro su un tavolo per dare un’altra occhiata alla lettera che teneva in mano. Improvvisamente rabbrividìi. Una strana idea lo aveva appena colpito. Giuliano Grandier, Giu- seppe Guérin, avevano la stessa iniziale... se fosse anche lo stesso uomo!

Chi poteva provare, in effetti, che la persona arrestata si chiamasse davvero Guérin? Non aveva documenti. Quelli che poteva avere con sé, tutto lasciava pensare che li avesse bruciati. Cosa sospetta.

Come facevamo a sapere che si chiamava Guerin? Solo dalla sua dichiarazione. Ma la mag- gior parte degli accusati, nello stesso caso, non cerca di nascondere la propria identità dando alla polizia un nome falso?

Un uomo maldestro il primo nome che ca- pita; un uomo intelligente pensa che si possa con-

sultare la marca dei suoi vestiti.

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Conserverò questa lettera, disse Marcillac, un po’ turbato.

Uscì, andando dritto per la sua strada e, mentre camminava, disse a stesso:

Sì, so di non avere qui, sotto questa busta, più di quanto vorrei sapere!

Poi il nome di Giuliano Grandier gli risuonò all'orecchio come una sinistra campana. E si chiese:

Se Giuliano Grandier e Giuseppe Guérin sono la stessa persona, quale può essere stato il motivo di questo travestimento? La colpa dell'imputato prima... e poi di nuovo? Si fermò. Per una strana connessione e con questa vertigi- nosa rapidità di pensiero, due immagini si presen- tarono subito alla sua mente.

Nella prima, si vide varcare la soglia della pic- cola stanza bassa del Cappello Rosso. In piedi da- vanti a lui, l’accusato, interrogato da Voitrin, sembrò esitare per un momento a dire il suo

nome; e, quando balbettò quello di Guerin, Voi-

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trin disse (gli sembrava di poterlo ancora sentire): “Ne siete davvero sicuro?”.

Nella seconda, immaginò l’interno della stanza d'albergo che aveva visitato poco prima. Sul di- vano vedeva vagamente l’imputato e accanto a lui, fianco a fianco, una donna... oh terrore... una donna che aveva paura di guardare in faccia!

Marcillac impallidi. La gelosia, orribile spettro!, si era di nuovo attaccata a quell'uomo. Invano la respingeva, invano cercò di liberarsi dal suo folle abbraccio, lei era come avvinta a lui, e il suo dito gli mostrava le immagini più atroci e la sua bocca beffarda gli sussurrava mille angosce all'orecchio.

No, gridò, no, non è possibile! E quand’anche Giuseppe Guérin fosse Giuliano Grandier, un solo Grandier al mondo? No, non può essere quello!

E allora la gelosia gli direbbe:

Che bisogno aveva quest'uomo di un com-

plice? Non poteva sparire con i soldi? Ma no, la

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donna è venuta in albergo solo per lui; e lui po- trebbe essere venuto a V. solo per lei! Ah, tu cerchi questa donna lontana... se guardassi ac- canto a te!

Ma tutto lo accusa, pensò ancora.

E la gelosia a sua volta:

3} soprattutto il suo silenzio che lo accusa. E perché tace?

Per non denunciare stesso.

Dillo, insomma: per non tradirla!

Marcillac aveva preso la strada della prigione. Sul punto di sollevare il battente, si fermò per ri- trovare la calma. Un attimo dopo, quando la porta fu aperta, il suo volto non tradì nulla dei pensieri segreti che lo agitavano.

La prego di far condurre da me l’imputato Giuseppe Gutrin, disse al direttore della prigione.

Entrò nell’ufficio, una piccola stanza spoglia, pavimentata in mattoni, con un soffitto a volta e le pareti imbiancate a calce; in un angolo, un ta-

volo di legno nero sormontato da una cassa conte-

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nente grandi registri e alcune scatole verdi. Prese una delle sedie di paglia che stavano addossate alla parete e si mise a sedere. La mano che appoggiava al tavolo era come agitata da un leggero tremore.

Quando si aprì la porta di fronte a quella da cui era entrato, si irrigidì un po”. Era apparso Giu- liano. A un cenno di Marcillac, il suo accompa- gnatore lo fece accomodare poi se ne andò.

I due uomini, rimasti soli, faccia a faccia, si guardarono. Giuliano per primo ruppe il silenzio.

Avete chiesto di me?

Sì, disse il giudice istruttore, andando dritto al punto, ho qualcosa da consegnarvi.

Si frugò in tasca e tirò fuori una lettera che porse al giovane.

Quest'ultimo, senza prendere il foglio, diede un'occhiata all'indirizzo; poi, con un tono di per- fetta tranquillità:

Perdonatemi, vi sbagliate, questa lettera non è per me.

Marcillac si morse il labbro.

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Allora, continuò, non ho bisogno di chie- derle il permesso di aprirla.

E subito ruppe il sigillo.

Giuliano era un po’ preoccupato, perché aveva riconosciuto la calligrafia di Clarissa, ma non batté ciglio.

Il contenuto della lettera era il seguente:

«Amico mio,

» Cosa ci fate a V.? Siamo preoccupati. Tor- nate presto. È necessario per lei e per voi

» CL. ».

Marcillac lesse attentamente queste righe con gli occhi. Alle ultime parole si fermò. “Per lei!” Chi poteva essere? Stava per accartocciare il fo- glio, ma si trattenne e lo piegò lentamente:

In effetti, disse, non è a voi che questa let- tera è indirizzata. Parla di visite ad amici.

Giuliano non riuscì a trattenere un respiro di sollievo.

Ora, aggiunse Marcillac, che lo osservava

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con gli occhi, non mi risulta che lei abbia amici qui... Almeno questo avete dichiarato.

Il prigioniero tacque.

Ah, disse fra Marcillac, dovrai parlare prima o poi.

Si rigirò quindi con noncuranza sulla sedia e, battendo le unghie sulla lettera chiusa, disse:

Vedo che vi ostinate nel vostro silenzio. Così sia. Non vi chiederemo di chiacchierare, se le chiacchiere non vi piacciono. Grazie a Dio, le spiegazioni che ci rifiutate le avremo presto da una buona fonte.

Giuliano alzò la testa.

Sì, sostenne Marcillac, dal vostro complice.

Quale complice?

La donna che ha trascorso con voi la sera dell’11.

Una donna, gridò Giuliano, è falso!

Mentre pronunciava queste parole si era al- zato, ardente, imperioso, e una contrazione agi-

tava le labbra, diventate bianche.

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Come la ama! Pensò il giudice, per il quale questa energica smentita era più che una confessione.

E, con un pallore livido, ma restando calmo sulla sedia, continuò:

Perché negare? Abbiamo la certezza del suo passaggio in albergo. L’abbiamo vista. Le sue tracce, che le prove palpabili ci permettono di se- guire, sono ora note. Ancora poche ore, forse un attimo, e sarà nelle nostre mani.

Errore! Errore! ripeté Giuliano. Metterete le mani su un’innocente.

Poi Giuliano vide Elena barcollare davanti a sé, Elena scoperta, disonorata, perduta, perduta per colpa sua. Il sangue gli salì al cervello a questo pensiero.

Marcillac agitò la testa con aria dubbiosa:

Qui un solo colpevole! esclamò feroce- mente Giuliano, c'è un solo colpevole: sono io!

Era il turno del marito di Elena di alzarsi.

AN! disse, confessate?

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Ebbene, sì! disse Giuliano, confesso tutto. Non cercate altrove un complice immaginario. Ho fatto il colpo da solo, lo ammetto.

Voi siete l’assassino del bell’Antonio?

Sì. Ripeto che ho fatto tutto io, io, da solo; vi dirò, se volete, come è successo; vi dirò quando, perché, come.

Marcillac lo ascoltava a labbra strette. Andò ad aprire una delle porte e chiamò:

Michele, mandami il signor Liébaut.

Poi, voltandosi verso Giuliano:

Il cancelliere prenderà immediatamente atto della vostra dichiarazione.

Poi si rimise a sedere, e qualcuno meno tur- bato di Giuliano avrebbe potuto scorgere un moto di amara gioia nei tratti severi del suo volto.

Il cancelliere entrò, con la penna all’orecchio. Prese posto davanti al tavolo, estrasse da una car- tella grigia un grande foglio bianco in cima al

quale Giuliano poté leggere queste parole: Corte

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imperiale; poi, dopo alcuni tratti preliminari di penna, chiese il nome dell’imputato:

Giuseppe Gutrin, disse Giuliano.

AA! disse Marcillac, ve lo tenete stretto.

E seriamente:

Ammettete di essere colpevole di aver assas- sinato, alla locanda del Cappello Rosso, la sera dell’11 ottobre, il signor Antonio Férou, un con- tadino di Fresnois?

=

Ammettete anche di essere colpevole di aver rubato, nello stesso luogo e nello stesso giorno, il contenuto di una borsa trovata vuota dietro uno dei muri dell’albergo e che il suddetto Férou por- tava con sé?

Sì.

Giuliano si passò la mano sulla fronte dove il sudore.

Fornite i dettagli delle circostanze che hanno accompagnato il delitto.

Vi dirò tutto quello che ricordo, disse il gio-

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vane con un sospiro. Ma non prometto di ricor- dare tutto. In quel momento, vedete, non rispon- devo di me. Sono salito in camera mia alle otto. sono rimasto a lungo da solo; prima ho aspettato che il viaggiatore salisse; ho aspettato che si addor- mentasse. Erano circa le undici quando sono en- trato. L’uomo era a letto. Ha alzato la testa; allora ho capito che dovevo liberarmi di lui. C'era un coltello lì, l'ho preso...

Scusate, una cameriera dell'albergo mi ha detto che vi ha dato questo coltello a tavola, con il coperto.

AR! È possibile! Quindi ho tenuto il col- tello. Quindi avevo ragione, visto che dovevo usarlo.

Ha sferrato un solo colpo?

Solo uno, e poi sono scappato.

Con i soldi?

Con i soldi.

E che ne avete fatto?

Li ho nascosti.

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AN, disse Marcillac beffardo, dove?

Vi mostro il posto.

Ci fu un attimo di silenzio, dopo il quale il giudice istruttore riprese:

Avevate già buttato via la borsa?

Sì.

Qual era il contenuto?

Non lo so più; ve l'ho detto, ero fuori di me.

Marcillac lo divorava con gli occhi.

Continuate.

Giuliano proseguì.

Proseguì follemente, a caso, ma con disperato calore, il racconto del suo delitto immaginario. Alle domande di Marcillac, quali che fossero, aveva sempre una risposta da dare; e il magistrato, attento e ansioso, lo ascoltava.

Strano! Finché quest'uomo era rimasto in si- lenzio, il giudice istruttore non aveva dubitato per un momento della sua colpevolezza; e ora, al con-

trario, più quest'uomo parlava più si autoaccu-

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sava, più il dubbio invadeva la sua mente. Ma non lo fermò.

In diverse occasioni avrebbe potuto mostrargli levidente disaccordo di certe affermazioni: tut- tavia non fece nulla. Ascoltava, serio, silenzioso, e il suo labbro teso a volte abbozzava un sorriso amaro.

Non era forse il suo inafferrabile rivale quello che aveva lì, spaventato, davanti agli occhi; questo Giuliano così spesso maledetto, così spesso invo- cato! Non era forse questo felice rivale che sentiva vigliaccamente umiliarsi davanti a lui? Gli piaceva pensarlo, almeno. Per sfuggire ai suoi sospetti, l'amante di Elena si coprì di vergogna e di igno- minia. Quale vendetta più amara avrebbe potuto sognare quell’uomo geloso!

Aveva subito dimenticato tutte le ipotesi che in passato lo avevano spinto ad accusare il prigio- niero con tanta sicurezza.

Non si chiedeva ora: “Sarebbe innocente?” Vo-

leva che lo fosse. Diceva a stesso: “Lo è!”.

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Ed era l’austero magistrato, l’uomo della giu- stizia e dell'equità a parlare a stesso nella sua febbre. Sinistri abissi del cuore!

Una volta terminato l’interrogatorio, Giuliano dovette sopportare la lettura del documento fatta dal cancelliere con voce nasale, poi lo firmò e poté finalmente ritirarsi.

Marcillac dal canto suo non tardò ad uscire dalla cancelleria: aveva bisogno di respirare. L'aria esterna calmava felicemente l’irritazione dei suoi nervi. Allora si chiedeva se non avesse fatto solo un brutto sogno o se, almeno, le idee che gli frul- lavano nel cervello non fossero solo il frutto della sua immaginazione sovreccitata.

Confrontò alcuni punti della testimonianza di Giuliano con gli indizi che aveva raccolto lui stesso e scoprì che coincidevano abbastanza bene. Per quanto riguarda i punti che gli sembravano ancora oscuri, non c'era nulla di sorprendente. Chi è l’accusato che non si contraddice in buona

fede o tace di proposito? Chi è colui che, passata

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la febbre del delitto, rimane consapevole di tutti i suoi atti?

E così il dubbio, che prima era stato messo da parte, a poco a poco si impadronì della sua mente.

Tornò a casa molto turbato, continuando a dirsi: “Ma se è stato lui!” e pensando: “Alla fine lo saprò. Mia moglie si tradirà anche lei!”.

Elena lo accolse sorridendo.

Bene, le disse, il caso del Cappello Rosso è praticamente chiuso. Il giovane arrestato ha ap- pena confessato il suo crimine.

AR! disse Elena con semplicità.

Ha dato le informazioni più circostan- ziate... Credevo che vi interessasse?

Sì, disse Elena, quando pensavo che fosse innocente; ma, dal momento che...

Lo disse con noncuranza, quasi con atten- zione, mentre giudicava l’effetto dei fiori che stava sistemando in un cesto.

Marcillac si stupì di tanta sicurezza. Pensò:

Vedremo più avanti!

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Quanto a Elena, quando il rumore della chiu- sura della porta dell’armadio le assicurò che il ma- rito non c'era più, gettò via i fiori che aveva ancora in mano; poi, incrociando le mani, fissa, con le pupille enormemente dilatate, si domandò:

Perché ha confessato? Non avrebbe dovuto farlo se non fosse stato spinto al limite. Ma gli sarà stato detto che stavano rintracciando il suo com- plice, che stavano cercando la donna. Allora avrà parlato. Sì, non può che essere così.

Le sue dita intrecciate si torsero in una contra- zione suprema, e lei gridò:

ARL! miseria! miseria! Giuliano accusato di omicidio! Quale atroce destino ci perseguita en- trambi! E io ho dimenticato, per pensare solo a me stessa, colui che così generosamente si dimo- stra devoto... Che spirito vile sono! Ma lo salverò; sì, cercherò il colpevole, lo troverò! È impossibile che l'oscurità che avvolge questo misterioso de- litto non si dissipi alla fine. Giuliano! Giuliano!

Ti amo! Non voglio che ti condannino!

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XI

Salvare Giuliano! Come? Pensandoci, Elena ri- chiamò alla memoria più volte, uno per uno, tutti i dettagli della sera dell’11.

Ricordava esattamente i rumori che aveva sen- tito e di cui Giuliano l'aveva quasi derisa per il fatto di preoccuparsi: il cigolio di una porta aperta, era evidentemente l’ingresso del colpevole; l'urto di un corpo sul pavimento, era la caduta della vittima.

Ora, dove era entrato l’assassino? Stava occu- pando una delle stanze della casa? Era semplice- mente entrato come lei?

Un dettaglio la colpì. La finestra aperta, che aveva prodotto una corrente d’aria quando lei era uscita, e che Giuliano aveva chiuso con la mano. Seguendo il corridoio, quando era entrata, non

aveva notato alcuna finestra alzata. Infatti Giu-

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liano la stava aspettando con la porta socchiusa. Non c'era alcuna corrente d’aria.

Si fece strada nella sua mente l’idea che l’assas- sino dovesse essere entrato dalla finestra. Con- centrò tutti i suoi ricordi su questo punto.

Per abbassare la finestra, che era a ghigliottina, lo rammentiamo, Giuliano aveva dovuto scuo- terla un po’ bruscamente. Perciò era tenuta ferma. Non dal cuneo, però, perché sarebbe ba- stato uno scatto del braccio per farla cadere.

Tutto lascia presumere che il colpevole avesse dovuto infilare qualcosa nella scanalatura per mantenere la finestra in posizione mentre com- piva il suo crimine, in modo da non doverla solle- vare di nuovo per fuggire. Meno rumore, tempo risparmiato: questo era naturalmente il doppio vantaggio di una simile manovra.

Sì, è stato necessario fissare un piccolo oggetto nella scanalatura per evitare che il telaio scivolasse. Quale oggetto? Un nuovo ricordo colpì Elena.

Quello del pezzo di giornale, piegato, accartoc-

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ciato, schiacciato, raccolto da Giuliano distratto in fondo alla finestra, e che lei aveva ritrovato per caso nella tasca del suo vestito. Che ne aveva fatto di questo foglio? L'aveva gettato nella cenere. Per fortuna era ancora lì. Lo ripiegò di nuovo, come era prima, in modo approssimativo. Gli aveva dato un morso per ricompattarlo. La forte com- pressione di uno dei suoi lati indicava il sostegno di un corpo pesante, come quello che avrebbe po- tuto essere il telaio di una finestra. Poi lo aprì; e fu mentre divorava la scrittura con gli occhi che lesse

ancora a matita sull’angolo strappato:

lunedì a tr... giovedì dal signur...

Questo foglio, pensò, proviene dalla tasca dell'assassino; è lui che ha scarabocchiato queste parole. Può trattarsi di una persona attenta, che tiene un registro dei colpi fatti o da fare? “Giovedì dal signur...”. Maledetto il margine strappato! se

avessi il nome, mi aiuterebbe un po”.

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Le venne l’idea di andare a cercare il pezzo di carta mancante. Che follia!

Dopotutto, il caso permette tante meraviglie!

Ma andare al Cappello Rosso, varcare ancora una volta quella soglia come testimone della sua colpa. Oh, no, no, mai! Gli sembrava che, in as- senza, le mura l'avrebbero riconosciuta; che al suo passaggio le pietre stesse si sarebbero alzate per gridare: “Eccola! Eccola, la donna che cercate!”.

Tuttavia, aveva appena riletto le poche parole incomplete scritte sulla carta stropicciata e, con impazienza, aveva gettato il foglio lontano da sé, quando, guardando casualmente il giornale locale posato sul tavolo, si imbatté in una notizia che iniziava così: “Lunedì scorso, a Treville...”.

L’analogia tra queste prime parole e quelle scritte a penna sul margine del foglio sgualcito: “Lunedì a tr...” la colpì stranamente.

Lesse con visibile ansia:

“Lunedì scorso, a Treville, un individuo si è introdotto di notte nel giardino

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adiacente del signor G., possidente. Stava cercando di forzare una persiana per entrare in casa, quando un domestico, svegliato dal rumore, ha sparato contro di lui. L'uomo ha avuto il tempo di scappare, ma, dalle tracce di sangue sul muro, riteniamo che sia stato ferito piuttosto gravemente”.

Che singolare coincidenza! pensò la signora Marcillac. Lunedì, a Treville... È impossibile che io non sia sulla pista del colpevole. Ma cosa! È scappato. Lo troveranno? E se andassi a Treville? Non è molto lontano, chiederei in giro, potrei sa- pere qualcosa.

Entrò la sua cameriera. Le chiese:

Quanto tempo ci vuole per andare a Treville?

A piedi, disse la cameriera, ben due ore, e un po’ di più per tornare, perché c'è da salire. La signora vuole andarci?

Elena non rispose.

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Se la signora vuole, posso ordinare una carrozza.

No, grazie. Lo chiedevo perché qui vedo il nome Treville.

Mentre pronunciava queste parole, indicò con noncuranza il giornale.

Si parla dell’evento dell’altra sera? chiese cu- riosa la cameriera.

Ha sentito parlare del tentativo di rapina?

Sì, signora, a casa di un cittadino del posto. La comare Pinson ci ha raccontato tutta la storia questa mattina. Sapete, la comare Pinson, che ci ha portato il burro e le uova? È di Treville. Ah! Si- gnora, pensate se ha fatto rumore in paese! Quasi quanto l'omicidio del Cappello Rosso qui! Se non è stato ucciso nessuno, ci mancava poco. Sembra che il ladro sia in uno stato...

Il ladro, disse rapidamente la signora Mar- cillac, dunque è stato individuato?

Ma non dubbio. È stato catturato ieri.

Non l’ha detto il giornale? Era riuscito a nascon-

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dersi per due giorni e poi si è consegnato. Le ferite gli facevano male. Pensate dunque, signora, una scarica di pallettoni in testa! Lo hanno raccolto che gemeva sulla strada. La comare Pinson ha vo- luto vederlo. Non era un tipo molto raccomanda- bile, vero? Beh, nonostante questo, disse che fa- ceva pena a vederlo. È stato trasportato all'ospedale.

Qui, allora?

Sì, signora, qui.

Elena lasciò che la cameriera esprimesse per un attimo le sue lamentele sulle miserie della giornata e sulla mancanza di sicurezza del posto; poi, quando quella ragazza l’ebbe lasciata, andò rapi- damente al suo guardaroba, si vestì in fretta e furia e uscì. Le era venuta l’idea di andare all’ospe- dale a trovare quell’uomo.

Non sapeva come si venisse ammessi all’ospe- dale. Chiese della superiora e le disse:

Signora, credo che ieri abbiate ricevuto un

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uomo che era stato colpito da una pallottola... a Tréville?

Sì, signora, ieri sera. Un uomo che stavamo cercando già da diversi giorni.

È vero, signora. Posso vederlo?

Il signor Marcillac è già venuto a interro- garlo. Vi presentate a suo nome?

AR! disse Elena, un po’ turbata, mi cono- scete, signora?

Si riprese e disse con emozione:

Sorella...

La suora, stupita, la guardò.

Ebbene, continuò Elena, per oggi dimenti- cate il mio nome. Non è la signora Marcillac, è una sconosciuta che è venuta per chiedervi il fa- vore di essere presentata a uno dei vostri pazienti.

AR! disse la suora infastidita, mi dispiace davvero che si tratti di questo.

Si trova in isolamento?

Non mi hanno detto nulla, ma il

pover’uomo è allo stremo delle forze. Il medico ha

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raccomandato a Marcillac di non farlo quasi parlare.

È così grave?, disse Elena spaventata.

Sì, e non so se è il caso di prendersela con me... È un atto di umanità non lasciarlo avvicinare.

Elena gli prese febbrilmente la mano.

Sorella, se solo sapeste che atto di umanità sarebbe lasciarlo parlare, se potessi dirvi...

Si nascose il viso tra le mani; poi, liberandosi improvvisamente:

Ah, sorella, devo vederlo!

La suora pensò un attimo, poi chiamò:

Accompagnerete voi la signora (disse alla re- ligiosa che si presentò) dal ferito di ieri sera, sa- pete, l’uomo di Treville.

La suora chinò il capo; la signora Marcillac inviò alla direttrice un caloroso segno di ringraziamento.

Fu condotta in una grande stanza fino a un

letto con le tende chiuse. La suora le disse:

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35h questo.

Elena sollevò una delle tende con la mano guantata. Si sentì un gemito in fondo al letto e la persona sdraiata girò la testa come per chiedere: “Cosa c'è ancora?”.

Questo movimento gli fece provare un certo dolore, come la signora Marcillac poté giudicare dalla contrazione dei suoi lineamenti. Rimase im- mobile, mezzo sollevato, piegando la testa bruna sul petto, tutto avvolto nelle bende.

La signora Marcillac, reprimendo un moto di repulsione, fissò la tenda alla testa del letto e, chi- nandosi verso il ferito, chiese:

Soffre?

Ebbene, disse l’uomo con voce spenta, e poi?

Non fu un inizio felice. Lei continuò coraggiosamente:

Non possiamo fare nulla per lei?

Sì, mormorò, lasciatemi morire in pace.

Ci fu un attimo di silenzio.

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Per parlare di morte senza ulteriori disturbi, disse amaramente la giovane donna, non lasciate nessuno dopo di voi che vi ami, nessuno che vi costi lasciare? Non avete moglie figli?

Nessuno, disse laconicamente il ferito.

Pover’uomo! sospirò Elena.

Il moribondo sollevò la testa e la guardò negli occhi.

Sembrate una brava donna, disse. A Elena tornò il coraggio. Si avvicinò.

Siete voi il colpevole...

Non dirò di no; ho confessato.

Avete confessato, disse Elena, tremando.

Poi, tremando un po”:

Tutto, disse l’uomo.

Quindi anche il caso del Cappello Rosso?

Quale Cappello Rosso?

Elena fece un movimento di disappunto. Ma continuò:

Ma sì, vi ricordate, vero? l'albergo di via

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delle Tre Corone, la stanza al primo piano dove dormiva il bell’Antonio.

Il moribondo la fissò.

Ah, vi vedo arrivare, disse, volete farmi dire delle sciocchezze. Vi dite: “Ha perso la testa, vuo- terà il sacco, farà i nomi”. Eh no, non è così!

Elena sostenne il suo sguardo, stringendo la mano dietro una delle pieghe del vestito.

Per me, continuò l’altro, non fa differenza... dove mi trovo! Ma tradire gli amici non va bene!

Chi ha parlato di tradire gli amici? disse energicamente Elena.

Le venne in mente un pensiero e aggiunse:

Se, al contrario, fosse per salvarne uno?

Un amico?

Sì, un amico. Immaginate che sia creduto colpevole di un crimine che non ha commesso, che tutto lo accusi e che tutto sia falso. Domani, forse, questo innocente sarà condannato; e al cri- minale basterebbe parlare per restituire a questo

sventurato la vita e la libertà. Basterebbe che di-

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cesse: “Il colpevole sono io!” Ma cosa significhe- rebbe questa confessione per lui, convinto com'è che i suoi giorni sono finiti?

È a me che sono rivolte queste parole? disse il moribondo, sollevandosi un po”.

La signora Marcillac fece un cenno di assenso con la testa.

Beh, non sono così malvagio come sembra. Di che si tratta?

Di un assassinio, lo sapete bene.

Si passò una mano sulla fronte, poi divenne improvvisamente livido e si accasciò sul letto. Il suo respiro era affannoso. Guardò la signora Mar- cillac con espressione da ebete.

La suora, che era rimasta a distanza, si fece su- bito avanti.

Signora, è una delle sue crisi che gli ri- prende, dovremmo lasciarlo stare.

Ancora una parola, per favore.

Il medico si è tanto raccomandato...

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La signora Marcillac si chinò di nuovo sul mo- ribondo e, con un accento pieno di supplica:

Cercate, cercate bene... Un giovane assassi- nato..., nella notte..., da un coltello..., otto giorni fa.

Un tremito generale si era impadronito del paziente.

Lasciatemi andare, brontolò, lasciatemi andare.

Oh, signora, se ne vada, disse la sorella, tor- nerà domani piuttosto. Non deve stancarlo.

Bene, tornerò, disse Elena tristemente.

Il giorno dopo, non senza qualche speranza, si presentò di nuovo alla porta dell’ospedale. Quell'uomo, pur nella sua stessa brutalità, all'idea di tradire i suoi amici aveva mostrato una indigna- zione che gli dettava il cuore. Si era quasi com- mosso al pensiero che un altro potesse essere con- dannato a causa sua. In un momento di calma avrebbe senza dubbio confessato.

La prima persona che la signora Marcillac

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vide, entrando nell’ospedale, fu la suora che il giorno prima l’aveva condotta dal moribondo.

Posso rivederlo?

Ahimè! disse la suora, l’infelice non deve più render conto se non a Dio. È morto durante

la notte.

203

XII

Elena ricevette questa notizia con vera coster- nazione. Tornò a casa prostrata, senza coraggio, con il corpo e la mente esausti. La sua ultima spe- ranza era svanita. La morte aveva appena cancel- lato l’unica prova che, forse, poteva ancora testi- moniare l’innocenza di Giuliano.

Dove cercare un’altra prova ormai? Che fare adesso? Che fare? Si chiese, e la sua ragione scon- volta rispose: «Niente!»

Per un attimo, fu dominata dalla disperazione, non quella disperazione rumorosa e fugace che si riversa in lamenti e lacrime, ma quell’oppressione sorda, quella febbre lenta e spietata che non co- nosce tregua.

I suoi pensieri divennero allora come quei fili di paglia che il vento solleva e fa turbinare in un

cerchio incessante. C'era una specie di vortice ver-

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tiginoso nella sua mente dove passavano e ripassa- vano senza sosta le stesse immagini.

A volte era suo marito minaccioso, a volte Giu- liano, coperto di vergogna, Giuliano, il suo amico devoto, il confidente delle sue prime emozioni! Nella sua lunga insonnia lo vedeva, a tratti, con una camicia di forza rossa intorno alle spalle, o con il collo rigato da un filo di sangue.

Ebbene, si disse alla fine, lasciatelo morire! lo stesso giorno, voglio morire anch'io!

Un languore invincibile si impadronì di Elena. Non si sentiva più vivere. Nulla la soddisfaceva, nulla di ciò che fino ad allora le aveva donato pia- cere; era disgustata da ciò che aveva amato di più. I suoi lineamenti, silenziosi rivelatori dello scon- volgimento interiore, tradirono presto la sua sof- ferenza. Quanto spesso, incontrandosi faccia a faccia con stessa nel riflesso di uno specchio, non tremava al pensiero che l'alterazione del suo volto non facesse sospettare a suo marito il disor-

dine della sua mente!

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Una mattina, mentre andava avanti e indietro nella sua stanza, più oziosa che mai, più triste che mai, dopo un leggero bussare alla porta, la came- riera entrando le disse:

Floquart, il giardiniere, chiede di parlare alla signora.

Che vuole? disse annoiata.

Sembrava temere che la cameriera potesse con- siderare riferita a questa domanda, che invece rivolgeva a stessa, così aggiunse bruscamente:

Fatelo salire.

Nel breve attimo in cui restò sola, il cuore le si strinse in petto.

Da lunga data disprezzava l'individuo di fronte al quale stava per trovarsi; e, negli ultimi tempi, questo disprezzo era aumentato anche a causa del maggiore rispetto che gli doveva. Ma Floquart aveva il suo segreto. Ora, Floquart era un uomo che approfittava della sua situazione; lei lo aveva percepito fin dal primo giorno, nelle parole ingiu-

riose che lui le aveva rivolto in risposta ai suoi rin-

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graziamenti: «Dì, piccola mia, non dovrai fare più la smorfiosetta adesso!» Più di una volta, ricor- dando queste parole, aveva sentito il rossore salire sul suo viso. Da allora, nei loro incontri casuali, Floquart le aveva lanciato strane occhiate.

O vergogna! Si rivoltava al pensiero di poter avere a che fare con quell’uomo! Così lo ricevette a testa alta.

Floquart entrò con il cappello in mano.

Signora..., disse umilmente.

Elena aspettò, prima di dire una parola, che i passi della cameriera si perdessero per le scale.

Avete qualcosa da chiedermi?

Mio Dio, disse Floquart sorridendo, sono venuto semplicemente come amico.

Elena trasalì.

Sembrate turbata (continuò Floquart, che il vino del mattino sembrava avere rallegrato); perché non accogliete di buon grado chi vi rende un favore? Vi sarebbe dispiaciuto se vostro marito

avesse saputo a chi avevo inviato il biglietto del Pa-

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rigino, naturalmente; ebbene, non ho detto nulla. Eccomi qui, senza rancore... Non è che non mi abbiate trattato male, a volte. Ma non posso biasi- mare le donne...

Mosse un passo verso Elena e, guardandola dall'alto in basso mentre si accostava al tavolo, disse:

Soprattutto quando sono carine...

Avete bevuto, stamattina, disse Elena, respingendolo.

Forse, ribatté Floquart, solo per non pen- sare. La vita è così triste che bisogna rallegrarla un po’. Un bicchiere da bere, una spalla da baciare, fanno dimenticare parecchie miserie. Sono un po- vero diavolo a cui manca tutto. Non ho famiglia, nessuno mi ama, nemmeno voi; è un peccato!

Elena alzò la testa, disgustata.

Che razza di linguaggio state usando?

Floquart non sembrò commuoversi.

Signora, si fa come si può, non è vero? Non

conosco le buone maniere, non sono Un Moscar-

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dino...? come l’altro; ma mi piacciono gli occhi dolci e le mani bianche...

Uscite! gridò la giovane, indicandogli la porta.

Bah, disse Floquart senza muoversi.

Vi proibisco di restare qui un momento di più! continuò Elena con virile energia.

Chi mi fermerà? disse Floquart con voce sorda. Vostro marito? L’ho visto uscire prima che io entrassi. Una delle donne di casa? Chiamatele, così potrò raccontare loro ad alta voce le storie cu- riose della loro padrona...

Beh, non avete intenzione di chiamare? Po- trebbe divertirli, però.

La signora Marcillac si nascose la testa tra le mani. All’improvviso si liberò ed esclamò:

Che miserabile siete!

OH! disse Floquart, brutte parole!

Ma che volete come prezzo per il vostro si- lenzio? Volete oro, gioielli? Parlate!

No, all’inizio immaginavo qualcosa di me-

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glio. Sognavo di stringere tra queste grandi mani la piccola donna che mi guardava sempre dalla sua altezza, quando ero piccolo, vicino a lei. Lei mi umiliava. Va bene, siamo soli; faremo a turno!

Elena ebbe un moto di superba indignazione. Gli occhi le lampeggiarono all'improvviso e, mo- strando a Floquart le mani tese, disse:

Fai una mossa, ti sfregio il viso!

Floquart si fermò come stordito al suono di quella voce altera e vibrante.

La giovane donna era immobile, ansimante, con il volto pallido, mentre l'emozione faceva bat- tere le fragili ali delle sue narici.

Senza dubbio lo shock fu troppo forte per lei, perché gli occhi le si chiusero improvvisamente. Sentiva che stava per svenire. Poi, in uno slancio supremo, afferrò la maniglia della finestra dietro di e la spalancò.

L'aria le sfiorò delicatamente il viso.

Appoggiata all'angolo della finestra, con la

mano sulla ringhiera, si sentì tornare gradual-

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mente alla vita. Fu con indicibile soddisfazione che vide, dall’altro lato della strada, finestre aperte con persone che andavano e venivano nei loro ap- partamenti e altre che guardavano fuori. Quando si voltò, dopo qualche istante, Floquart era seduto tranquillamente in un angolo.

Siete ancora qui?

Sì, sto pensando. Prima la signora ha par- lato di soldi.

Elena fece un movimento sprezzante.

Che cosa vuoi? Non tutti nascono con la camicia. Oziare senza far nulla, sorseggiare dolce- mente dalla mattina alla sera, che bello! Ma senza soldi, senza grana! Oh, il denaro, una cosa bellis- sima! Me ne dareste tanti? L’accento con cui lo disse spaventò la signora Marcillac.

Quanto vi serve? chiese.

Vediamo, sei biglietti da mille, basteranno?

Dove volete che prenda tutto questo denaro?

Bah! disse Floquart con filosofia, si può

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sempre trovare. Andiamo, si dice così, mia bella signora? State esitando? Vi sbagliate. Non lascia- temi il tempo di riflettere, potrei considerare che non è ripagato.

Sarà tutto, almeno?

Un accordo completo. Può stare tranquilla. Per prima cosa, la mia faccia non vi sarà più d’intralcio per molto tempo.

AR! una sorpresa, disse Elena.

Mi annoio qui, disse Floquart, guardandosi le scarpe.

Pensavo al contrario...

Sì, ho detto spesso che sono legato al paese. Ho spesso rifiutato di lavorare altrove. Sono idee che uno si fa così. Un giorno, allo stesso modo sei felice di andartene.

Andrà lontano?

Nonlo so esattamente.

Non avete in vista nessun lavoro?

No... non ancora.

Tante domande non sembravano assoluta-

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mente piacere a Floquart; così, per tagliar corto, aggiunse bruscamente:

Quindi siamo d'accordo sul prezzo. Ab- biamo un piccolo saldo di una dozzina di franchi. Ma non discuterò per così poco. Faremo seimila franchi netti.

Sta bene; ma non posso darle quei soldi adesso, non li ho qui. Devo avere il tempo di procurarmeli.

AR! esclamò Floquart, capisco benissimo che uno non ha seimila franchi con sé; tornerò questa sera, se volete, o domani.

Oh, domani! disse Elena, spaventata da un preavviso così breve.

Solo che, signora, deve capire che ho bi- sogno di una prova di pagamento. Un giorno uno è generoso, il giorno dopo ci si pente. Non è che mi manchi la fiducia, ma gli affari sono affari. Do- mani potreste non essere in grado di farlo; io me ne vado: un amico verrebbe a reclamare il denaro

al mio posto. Bisogna avere una garanzia.

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Che volete?

Solo un pezzo di carta.

Andò al tavolo, cercò un foglio bianco, si mise a sedere, prese una penna d'oca, la intinse nell’inchiostro e scrisse:

«Pagherò al signur Gianni Floquart...» .

Elena, che leggeva alle spalle di Floquart, rab- brividi dal terrore. Gli occhi le si annebbiarono, non vide altro che una parola, una sola, tracciata davanti a lei con lettere di fuoco: «Signur!»

Signore con la 4. Che rivelazione inaspettata! Era proprio la grafia della parola scarabocchiata sul margine strappato del giornale raccolto ai piedi della finestra la sera dell’11, quella singolare grafia che l'aveva tanto colpita! E non solo Elena trovò qui l’errore, ma, guidata proprio da questo errore, trovò la scrittura.

Improvvisamente le balenò una luce inaspet- tata. Prima ancora di riflettere, pensò: “Il colpe- vole è Floquart!”.

Poi radunò subito insieme varie circostanze

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che avvaloravano questa idea: la premura che il di- sgraziato aveva messo nel depistare Marcillac prima che lei potesse trovare un accordo con lui; il suo gusto per l’ozio e l’ubriachezza; la sua cono- scenza nei minimi particolari delle abitudini dell'albergo; infine, la sua partenza inspiegabile: tutto questo passò come un lampo nella sua mente.

Convinta di aver finalmente afferrato il filo del crimine, si domandò ancora: “È davvero possi- bile? Non sono forse vittima di un'illusione? E non era forse come se stessi sognando?” Proprio nel momento in cui ogni speranza le sfuggiva di mano, proprio nel momento in cui si vedeva sempre più impotente e disperata, improvvisa- mente il caso le aprì strade inaspettate; le fece toc- care la tanto ricercata verità e, indicandole Flo- quart seduto davanti a lei, Floquart che l'aveva ap- pena dominata in modo odioso, le sussurrò all'orecchio: “L'assassino, eccolo!” La gioia di

poter finalmente salvare Giuliano, la paura di sba-

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gliare, il terrore di veder fuggire Floquart da lei, tutte queste diverse e struggenti sensazioni colsero Elena in un sol colpo. Era in piedi, sconvolta. Flo- quart si girò e disse:

Se volete firmare...

Cercò di scrivere il suo nome in fondo al fo- glio, ma la penna le tremava così tanto nelle dita che non ci riuscì.

Vi faccio paura? chiese Floquart.

La signora Marcillac si irrigidì e firmò; poi, prima di restituire il biglietto al giardiniere, lo guardò ancora una volta e lesse;

«Pagherò al signur...».

Le sembrò più che mai di riconoscere nella

scrittura la stessa mano che aveva tracciato:

lunedì a tr...

giovedì dal signur

Piegò il foglio con calma e, porgendolo a Flo- quart, disse:

Partirete sicuramente domani?

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Sì.

Edè per molto tempo?

Ma certo, per molto tempo.

Lei assunse un'aria distaccata, poi gli chiese:

Ah, è così! Chi la sostituirà?

Ce ne sono due. Prima padre Henrion e poi Pietro Louvet.

Ha avuto molti giorni di lavoro?

Sì, al mattino soprattutto.

Dove va il giovedì, negli ultimi tempi?

Da nessuna parte. Ah, sì; dovevo andare da un certo Bernard, a Saint-Severin; ma non sono partito per così poco. È come a Tréville, dove mi avevano chiesto...

AN! disse Elena, ascoltando con tutte le sue orecchie, dovevate andare a Treville?

Sì, lunedì... Come mi guardate!

Elena, infatti, non gli toglieva gli occhi di dosso.

È lui, pensò, è lui! E sono sola, e non posso

prenderlo per la gola, dirgli subito che conosco il

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suo crimine, e consegnarlo ai carcerieri che lo aspettano! Ma lo rivedrò, è solo un rinvio.

A domani, dunque, mia bella signora, disse Floquart, che teneva ben nascosto in tasca il suo prezioso biglietto.

A domani! disse Elena.

Lo vedeva andar via con una indicibile ango- scia, poi ne ascoltava i passi pesanti sulle scale. E, ogni volta che quel rumore, allontanandosi, le giungeva meno distinto, le prendeva il folle desi- derio di lanciarsi all'inseguimento di Floquart, come se temesse di non ritrovare il giorno dopo la preda che le era sfuggita.

Quando si aprì la porta del pianterreno, la sua mano, che era già sul pomello della porta, spostò il catenaccio. Si ritrovò sui primi gradini della scala pronta a gridare: «Fermatelo, fermatelo!», ma avrebbe dovuto trattenersi.

Andiamo, pensò, sono pazza! Tornerà.

Restava così, con la mano sulla ringhiera, guar-

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dando, fuori dalla finestra che si affacciava sul pia-

nerottolo, Floquart che attraversava il giardino. Lui camminava, in apparenza tranquillo, mor-

morando una canzone, di cui alcune frasi colpi-

rono l’orecchio di Elena:

Fu una sera che la brunetta Attraverso i campi andò soletta...

Dove l’ho sentita? Ah sì, era in albergo, mi ricordo... La voce di un ubriaco che non mi era sconosciuta... La voce di un uomo che esce dal caffè... Era prima del delitto! Dunque Floquart non è rimasto fino all’ora di chiusura, come ha cercato di convincermi... Perbacco! non poteva... Sì, è davvero la sinistra canzone che mi ha ragge-

lata.

Costò caro alla brunetta...

E puntando il dito verso Floquart:

AR! l'uccello del malaugurio, è stato lui!

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XIII

Quando la signora Marcillac si sentì veramente liberata dall’odioso giogo di Floquart, quando ebbe fatto appello alla ragione per convincersi che quel disgraziato non avrebbe potuto mancare di tornare il giorno dopo, la sua impressione domi- nante fu quella di un piacere sconfinato.

Giuliano stava quindi per essere sollevato dall'accusa infamante che gravava su di lui; stava per essere liberato, e da chi? Da lei! Che brusco raggiro della sorte!

Fra tutta turbata, tutta incantata, tutta felice; si sentiva rinascere: viveva!

Nel bel mezzo della gioia, però, le venne in mente un pensiero. Come doveva comportarsi con Floquart?

Doveva, per precauzione, denunciarlo subito al marito o aspettare, per consegnarlo, fino alla

sua visita del giorno dopo? Ovviamente, era ne-

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cessario avvertire il marito; ma in che modo? in quali termini?

Cercò una soluzione e si sentì subito turbata. Quale colpo poteva sferrare Floquart che non si sarebbe ritorto contro di lei?

Poteva spiegare come le era stato rivelato il de- litto, senza mettersi personalmente in scena?

Tutto ciò che doveva convincere i tribunali dell'innocenza di Giuliano era un’ammissione eclatante della sua presenza, di stessa, alla lo- canda del Cappello Rosso la sera dell’ 11.

Quella canzone, udita sotto la finestra, che sta- biliva con precisione l'ora dell’uscita di Floquart; quei rumori significativi percepiti poco dopo nel corridoio e nella stanza vicina; e soprattutto quel ritaglio di giornale, quel pezzo di carta compro- mettente raccolto sotto la finestra, che evidente- mente era servito a sostenere l’intelaiatura della fi- nestra mentre veniva commesso il crimine, erano così tante prove che, forti nelle sue mani, si erge-

vano formidabili contro di lei.

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Sì, tutto attestava la sua presenza in albergo.

Come spiegare cosa ci faceva lì?

Senza dubbio, poteva sporgere contro Flo- quart una denuncia anonima; ma che peso avrebbe avuto una simile denuncia senza la mi- nima prova quando così terribili indizi accusa- vano Giuliano?

Floquart, inoltre, doveva sentire da dove era partito il colpo che lo aveva raggiunto. Allora avrebbe ritrattato la sua precedente deposizione e, rendendo noto a Marcillac l'esatto percorso della lettera, gli avrebbe fatto apparire la sinistra verità.

Così, in qualunque modo Elena avesse rivelato il segreto del delitto al marito, doveva cominciare col denunciare stessa.

Per denunciare stessa, doveva andare da Marcillac e dirgli faccia a faccia: «La donna a cui avevate dato la vostra fiducia l’ha indegnamente tradita. Questo nome che portate con orgoglio, questo nome, puro fino ad ora, lei lo ha

compromesso».

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Colpire quest'uomo in ciò che aveva di più caro, il suo onore! Colpire stessa nel proprio or- goglio! Doversi piegare, arrossire! E poi dilungarsi in spiegazioni: «È successo così, e a tale ora». Do- vendo fornire dettagli, forse! Che tormento!

L’idea di una simile confessione terrorizzava la signora Marcillac. Confessare, che cosa terribile! Fino a quel momento non aveva nemmeno osato pensarci.

Non farei mai una cosa simile, si disse. Che il mio silenzio compri dunque quello di Floquart!

Chiuse gli occhi, come per gettare un velo tra le sue visioni e sé; ma si levò una voce imperiosa che ripeteva instancabile: “E Giuliano! E Giuliano!”.

Che vigliacca sono! esclamò alla fine, indi- gnata con stessa. Quando Giuliano si dedica a me con tanta generosità, dovrei restare in silenzio? No, non si dirà che l'ho sacrificato al mio egoismo; devo parlare; qualunque cosa accada,

parlerò.

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Con questi pensieri Elena attese il ritorno del marito. Ma qualunque fosse il suo proposito, per quanto si sforzasse di farlo con fermezza, tutto il suo coraggio la abbandonò non appena si trovò in presenza di Marcillac. Rimase in silenzio e, implo- rando stessa:

Ancora un momento! Non ho tempo fino a domani?

La sera passò così, e anche la mattina seguente; ed Elena, piena di angosce, taceva, sempre sul punto di tradire, e sempre trattenendo, fino all'ultimo, il segreto fatale che stava per sfuggirle.

Speriamo però che Floquart non rinuncil... pensò. Per fortuna, il richiamo del guadagno deve riportarlo qui. È lo stesso se già se andato? Se un contrattempo, un incidente... non si sa mai cosa potrebbe succedere...

Ma no, verrà. Verrà, e io non ho ancora detto nulla a Marcillac; non ho detto nulla; e il tempo passa, e tra un istante forse potrebbe essere

troppo tardi.

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Improvvisamente la porta si aprì. Entrò suo marito.

Marcillac era vestito, pronto per uscire. Si di- resse verso Elena.

Mi hanno detto che è ancora qui, signora, quindi colgo l'occasione per affidarle alcuni docu- menti che devono venire a ritirare più tardi. Ma non si è cambiata d’abito? Pensavo che avesse pro- messo di andare al concerto che si terrà tra poco.

Sì, disse Elena, ma non ci andrò.

Siete indisposta?

Lui la osservò con attenzione.

No, disse lei, distogliendo lo sguardo.

Il marito le porse i fogli che teneva in mano; lei li prese tremando.

Softrite? disse Marcillac stringendo la mano di Elena nella sua.

Si svincolò con forza. Lei si allontanò rapidamente.

No, ripeté, no, ve lo assicuro.

Le vostre mani scottano!

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Lei non rispose.

Vi lascio, disse Marcillac, avviandosi verso la porta.

Allora Elena capì che non era più possibile ta- cere; che l'esplosione, per quanto ritardata, sa- rebbe dovuta avvenire alla fine. Si alzò in piedi, turbata ma determinata, e toccando il marito con un dito mentre stava per aprire la porta, disse:

Signore...

Cosa c'è?

Devo parlarvi.

Che vi succede, signora? Sembrate fuori di voi.

Si tratta di cose gravi... molto gravi.

Marcillac cercò di sedersi. Non gliene lasciò il tempo.

Il giovane arrestato per l'omicidio com- messo al Cappello Rosso, la notte dell’11, non è colpevole del crimine per cui è imputato.

Il marito inarcò le sopracciglia.

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Come non colpevole! Eppure tutte le depo- sizioni lo accusano.

I testimoni si sbagliano!

Ma lui stesso ha reso una piena confessione.

Queste confessioni sono false! disse Elena.

Marcillac attese un attimo prima di rispon- dere. Guardò in profondità negli occhi della moglie.

Che vi succede?

Non sto parlando con leggerezza, disse senza l'impressione di dare importanza all’enfasi con cui era stata posta la domanda: se dico che questo giovane è innocente, non è solo perché lo suppongo, ma perché ne sono certa.

Sicuro!, brontolò Marcillac con tono cupo.

Si trattenne e, cercando di sorridere, disse:

Ci vuole una bella presunzione, signora! Quante volte, io stesso, anche con le prove in mano, ho ancora dubitato!

Tuttavia, se dovessi indicarvi il colpevole...

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Marcillac, con gli occhi fissi al muro, rimase in silenzio.

Vi state chiedendo, vero, chi possa essere? Proseguì Elena.

No, disse lentamente il giudice istruttore. Mi chiedo quale interesse vi abbia spinta a cer- carlo... o inventarlo.

Inventarlo!

Senza dubbio. L'individuo che stiamo trat- tenendo non ha fornito le informazioni più detta- gliate su come il crimine è stato commesso da lui? Che cosè questo cosiddetto colpevole che si vor- rebbe adesso mettere in mezzo alle mie indagini? Vi siete sbagliata, signora. Vi siete lasciata raggi- rare, senza dubbio, da persone che avevano inte- resse a portarci fuori strada; ma la giustizia non tiene conto degli interessi privati: continuerà il suo corso. Finiamola qui, per favore.

Lui fece un passo come per ritirarsi. Lei lo fermò e, con una voce che l'emozione faceva

tremare:

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Giustizia! dite voi, è in nome della giustizia, è possibile! che vi rifiutate di ascoltare qualsiasi nuova spiegazione che contraddica le vostre idee preconcette. Tuttavia, se vi dico sul mio onore che l’accusato è innocente, se vi dico che lo so, se vi dico...

Tacete! disse Marcillac, facendo il gesto di chiudere la bocca.

Se vi dico che ero lì! gridò Elena, tagliando i ponti dietro di sé.

Un lampo di rabbia attraversò gli occhi di Marcillac

Lo so bene! disse.

Lo sapevate! gridò Elena con un'esplosione di rabbia, lo sapevate e avete taciuto! E il nome dell’accusato, lo sapevate anche voi, forse?

Giuliano Grandier, disse Marcillac con amaro disprezzo.

Sì, Giuliano Grandier, Giuliano, che è in- nocente dell’atroce crimine di cui è accusato. Mio

Dio, nemmeno voi potete ignorare la sua inno-

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cenza. Vi è ben nota... Vi piace credere a questi falsi pretesti, non è vero? A queste false confes- sioni che solo la devozione avrebbe potuto estor- cere? Il caso vi ha lanciato il vostro nemico e voi lo trovate una buona preda; vi ha fatto diventare l'osservatore dei suoi giudici e, con gioia, dite a voi stesso: “Sarà condannato!” Questa è la vostra ven- detta, per voi. È indegno!

Marcillac voleva fermarla di nuovo con il suo gesto.

Parlerò lo stesso, disse Elena. Mi ascolterete fino alla fine.

La giovane non era più padrona di stessa. Li- bera ora da ogni freno, sbarazzatasi in un sol colpo di tutti i terrori che appena un momento prima l'avevano sopraffatta, si lasciava andare senza freni al folle sfogo della sua anima indi- gnata. Bollente di rabbia, altera, risoluta, guardava il marito, facendo sibilare la sua voce chiara e vi- brante intorno a lui come una frusta vendicatrice.

È così che pensate di adempiere all’austero

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mandato che vi è stato affidato! Sono dunque questi i vostri pensieri, voi uomo di diritto, che tutti qui salutano come l’immagine vivente dell’onore!

Marcillac si nascose dolorosamente la testa tra le mani. Si sentiva che dentro di lui era in corso una lotta terribile.

Da una parte, il diritto, l'onestà, la giustizia; dall’altra, tutte le sue idee di vendetta che si erano accumulate per tanto tempo, e di giorno in giorno si accrescevano in modo così sordo. Una lotta di pensiero, struggente da considerare come tutte le lotte di forza, una lotta mortale anche, una lotta atroce!

Sì, parlerò, continuò Elena ferocemente, e se la vostra ragione si rifiuta di ascoltarmi, farò ap- pello a tutto ciò che di leale e cavalleresco c'è in voi. Mi aggrapperò alla vostra mente come un ri- morso perenne. Vedremo se il sentimento di ge- losia in un Marcillac è più forte di quello della ve-

rità. Ah, non aspettatevi il silenzio da me: quello

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che dico qui, lo dirò ovunque, a tutti! Lo ripeterò ovunque, a tutti!

Marcillac si tirò su con uno sforzo enorme.

Gli altri, gridò, diranno, come me, che voi siete pazza! Si chiederanno se sia sufficiente che Giuliano Grandier sia il vostro amante per scagio- narlo in tribunale; pretenderanno delle prove.

Prove? Ho le prove.

Conoscete il colpevole?

Il campanello era appena suonato. Andò alla porta e la aprì.

Si calmi, signora, disse Marcillac, stanno arrivando.

Era la cameriera. Elena scambiò con lei qualche rapida parola; poi, tornando dal marito, disse:

Volete conoscere l'assassino del bell’Antonio?

Floquart apparve sulla porta rimasta aperta.

Gli corse incontro, lo afferrò per il colletto e lo

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trascinò fino al centro della stanza con il ruggito di una leonessa furiosa:

Ecco, l’assassino del bell’Antonio, guardate!

Floquart, sorpreso, sconcertato, stordito, era diventato livido. Barcollò all’indietro; ma Elena lo trattenne con una presa di ferro.

Con uno scatto violento raddrizzò Floquart che, inciampando, cadde ai piedi di Marcillac.

Confessa, gli disse Elena, miserabile, confessa!

Floquart balbettava parole insensate.

Ah, cerchereste invano di mentire, perché le prove sono nelle mie mani. Siete entrato dalla fi- nestra, non è vero? Io ero lì!

E, ricordando gli indizi che il marito le aveva dato il giorno dopo il delitto, continuò con voce dura:

Quando sei entrato nella stanza, l’uomo stava dormendo. Io so tutto, vedi. Così hai cer- cato nel tavolino, hai frugato tra gli effetti perso-

nali; stava ancora dormendo. Ti sei avvicinato a

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lui, hai tastato il borsellino sotto il cuscino; hai ti- rato il borsellino verso di te; l’uomo si è svegliato, voleva difendersi; lo hai colpito... perché avevi un coltello pronto. Da dove veniva questo coltello?

Floquart girò la testa di lato, facendo lampeg- giare gli occhi rossi.

Ah! Mormorò, voi avete visto...

Da dove viene il coltello? disse Elena con tono imperativo.

Beh, l’ho preso dal tavolo, mentre il viaggia- tore stava cenando...

E dovè il denaro?...

Basta, disse Marcillac, interrogherò io stesso questo bandito. Vi prego solo di informare imme- diatamente la polizia.

Floquart si alzò, con lo sguardo rivolto verso Elena.

Allora, disse con aria comprensiva, posso ri- ferire tutto al signore?

Ditegli tutto, rispose ad alta voce la signora

Marcillac.

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Poi, a mezza voce, rivolta a suo marito: Adesso fate violenza alla vostra coscienza, se

potete!

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XIV

Se Marcillac aveva potuto, fino ad allora, riu- scire a nascondere a stesso la verità, sarebbe stato impossibile che dopo l’interrogatorio di Flo- quart avesse ancora dei dubbi. Quest'uomo forte era abbattuto.

Restò a lungo immerso nei suoi pensieri, silen- zioso, truce, dopo che la porta si era richiusa sul vero assassino che i gendarmi stavano ammanet- tando.

Alla fine, il marito di Elena si alzò, prese il cap- pello e andò a fare una passeggiata in giardino. Quando rientrò nella sua camera, non c'era più traccia di turbamento in lui; era cupo, ma i suoi li- neamenti riposati mostravano ferma decisione.

Si mise a tavolino e cominciò immediatamente la stesura di un rapporto per ottenere dalla ca- mera di consiglio la liberazione di Giuliano Gran-

dier, giustificandone l'innocenza. La notte lo sor-

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prese impegnato in questo lavoro, che coscienzio- samente completò senza un attimo di agitazione, senza un sospiro, senza un lamento, sempre freddo e misurato.

Prima di andare a letto, sistemò parecchi docu- menti, scartandone alcuni, raccogliendone altri, aggiungendo qualche annotazione.

Al mattino, uscì prima che sua moglie si fosse alzata, fece due o tre commissioni rese necessarie dall’urgenza della situazione, uscì di buonora dal tribunale con un’ordinanza di non luogo a proce- dere, quindi si recò in carcere, dove chiese che gli fosse condotto Giuliano.

Signor Grandier, gli riferì con freddezza, siete libero.

Giuliano lo squadrò dalla testa ai piedi, con stupore.

Non si meravigli, proseguì Marcillac; il vero colpevole è nelle nostre mani.

Il giovane mantenne un'aria di sfida, ma al

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contempo ansiosa, come se sentisse che la sfor- tuna si era abbattuta su di loro.

Non siete voi l’assassino del bell’Antonio, disse Marcillac, lo so ormai; ma voi siete l’uomo che mi ha colpito in ciò che ho di più caro: siete l'assassino del mio onore e, posso dire, della mia felicità. Vi restituisco la libertà, nella mia co- scienza di giudice; ma, nella mia coscienza di ma- rito oltraggiato, vi odio e vi disprezzo!

Signore! disse Giuliano, badate a non ol- traggiare, insultando me, chi ha diritto al rispetto di entrambi!

Così sia; vi dirò soltanto, signore, che le porte di questa prigione vi saranno aperte tra poco; ma noi dobbiamo ritrovarci altrove. Non ci saranno più un giudice e un accusato; ci saranno due uomini che si maledicono a vicenda e che, da oggi in poi, non dovranno mai più incontrarsi.

AR! avete ragione, disse Giuliano, uno di noi deve morire.

È quello che mi sono detto, signore, prima

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di venire qui. Vi propongo quindi l’unico duello possibile tra noi, l’unico equo d'altronde, quello che decide il caso. La pistola a tre passi, con una sola arma carica: per voi va bene?

Per me va bene.

Porterò le pistole. Non crede che i testi- moni siano utili?

Per nulla.

Dove vi troverò?

Al bosco Fiorito, dietro al sobborgo di San Severino.

Fra quanto tempo?

Fra un'ora.

Ci sarò, disse Giuliano.

I due si separarono.

Marcillac tornò a casa, preparò le pistole, si- stemò ancora diversi documenti.

Mentre apriva un cassetto, qualcosa colpì do- lorosamente il suo sguardo, tanto che lo richiuse ben presto.

Tuttavia, dopo un attimo di indecisione, lo

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riaprì e ne estrasse un piccolo ritratto, che iniziò a considerare con amara tenerezza. Era un ritratto di Elena da giovane; mentre lo guardava, i suoi occhi si oscurarono e una lacrima gli scese lenta- mente sulla guancia.

Ahi! pensò, se dovessi morire! Morire senza rivederla! Oh no!

Aprì la porta, ma si fermò quasi subito sulla soglia. Che gli avrebbe detto? Non avrebbe indo- vinato, con la sua confusione, cosa stava accadendo?

Sarò calmo, pensò.

Fece un passo e si fermò, due passi e si fermò ancora. Era oppresso, quasi vacillante. Infine, non trattenendosi più, prese il coraggio a due mani e andò difilato alla porta di Elena.

Al rumore dei suoi passi, la porta si aprì.

Oh, signore, signore, non entrate, la signora sta riposando... disse la cameriera spaventata, con una mano fermò il suo padrone e con l’altra chiu-

deva la porta su di lui.

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Lasciate fare, disse Marcillac, fingendo di scostarla.

Ha appena avuto un attacco, povera si- gnora! Ora sta un po’ meglio; sta riposando. Oh, non svegliatela!

Non la sveglierò, non si preoccupi.

E poiché la ragazza lo tratteneva ancora:

Non voglio entrare, disse dolcemente. Che la veda lì, solo ancora una volta, attraverso la porta; è tutto ciò che chiedo.

La cameriera spalancò gli occhi guardandolo. Era davvero il suo padrone che aveva sentito? Si appoggiò alla porta, senza lasciare il pomello. Marcillac fece un passo avanti.

Elena era in fondo alla stanza, distesa sul letto con la lunga veste cadente, la testa pallida e stretta in un groviglio di capelli neri. I suoi respiri brevi facevano sporgere ripetutamente la seta scura del corpetto sullo sfondo chiaro del lenzuolo. Le sue

mani, quasi diafane, nelle quali era stato ritagliato

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l’ovale di un delicato cammeo, erano congiunte come in segno di desolazione o di preghiera.

Marcillac la contemplò a lungo con angoscia, e ogni volta che un sospiro di oppressione affiorava sulle labbra della povera